di Gemma Bui – «Conosco l’uomo da cui ho subito violenza da quando eravamo giovani; alcuni anni fa ci siamo ritrovati e frequentati per un periodo. Quando però, dopo alcuni mesi, ho capito che non era cosa, ho cercato di interrompere il rapporto. Non era una persona emotivamente stabile, c’era già stato precedentemente un episodio di violenza fisica. Mesi dopo ho subito altre lesioni. In quella circostanza sono intervenuti sia il personale sanitario che i Carabinieri. In Pronto Soccorso mi hanno rilasciato un referto di 5/6 giorni di prognosi, durante i quali ho dovuto alimentarmi tramite una cannuccia. Da quel momento, non ho vissuto più; ho provato ad avere una vita normale, ma non mi è stato reso possibile. A seguito di quella vicenda ho sporto denuncia. Tempo dopo ho continuato a subire nuovi episodi di pedinamenti, minacce, violenze private e verbali. In questo arco di tempo ho richiesto interventi e integrazioni da parte dei Carabinieri diverse altre volte, come riportato anche nei verbali. In questo periodo fortunatamente ho potuto contare sul supporto della mia famiglia e delle Forze dell’Ordine, da cui ho anche ricevuto servizio di scorta in un episodio. Credo però che la Magistratura abbia fornito loro troppi pochi mezzi di intervento e supporto.
Io mi sono sempre reputata una persona forte, finché non ho vissuto tutto questo. Si dicono tante parole sul tema della violenza sulle donne, ma nei fatti viene fatto molto poco. Io sto cercando di tornare a vivere e a relazionarmi normalmente con le altre persone, ma di base ho paura, anche semplicemente di parlare con voi in questo momento. In questi mesi mi è stata offerta l’assistenza del 1522 (Numero Antiviolenza e Stalking, n.d.r.). Ho preso contatti, ma alla fine non ho portato avanti il percorso, avendo timore anche solo a uscire di casa. Ad oggi vivo una condizione di stress post-traumatico molto seria, allontano le persone, ho paura di tutto. Spero che questa persona si fermi, prima che succedano cose irreparabili e irreversibili. Mi è stato proposto anche di trasferirmi. Ma penso che lasciare il posto dove vivo, dove ho i miei affetti e le mie cose, sia ingiusto, oltre che illogico.
In un periodo di grande attenzione mediatica, anche e soprattutto a seguito della morte di Giulia Cecchettin, trovo inaccettabile che tutto si risolva con una pacca sulla spalla o poco più. In questo come in altri casi, chi ha agito violenza si ritrova libero. Quante altre donne devono rimetterci, in quante devono pagare le prevedibili e probabili conseguenze di questo stato dei fatti? Rivolgendomi alle altre donne vittime di violenza, mi sento di invitarle a denunciare e a intervenire quanto prima. So che è difficile, ma è giusto farlo, anche se non si sa a cosa si va incontro. Consiglio anche di farsi sostenere quanto più possibile. Bisogna essere forti, anche più di quanto dovremmo normalmente chiedere a noi stesse, e non tornare indietro, mai. Perché queste persone non cambiano, se il sistema circostante, nei fatti, non si adopera per cambiarle. L’assetto sociale e giudiziario, nonostante le nuove norme introdotte a contrasto della violenza di genere, a mio parere, invece di migliorare, è vertiginosamente peggiorato. E qui mi rivolgo alle Istituzioni: dovete fare qualcosa, ma dovete farlo veramente. Ci tengo infine a dire che la persona che mi ha assistito legalmente mi è stata molto accanto, giorno e notte, a qualsiasi ora. In questi momenti la scelta di un legale che ci tuteli è fondamentale, quando nel caos che ci circonda il sentimento che predomina è quello della paura, che ci fa sentire in balia degli eventi. Voglio ringraziare, per tutto ciò che hanno fatto per me, lei e il Nucleo Operativo Radiomobile dei Carabinieri».
Il primo contatto che abbiamo avuto, al fine di realizzare questa intervista e di raccontare una storia che oggi accomuna tante, troppe donne, è stato proprio con la persona che assiste legalmente l’offesa.
Ecco cosa ci ha detto. «La mia cliente è persona offesa e si è costituita parte civile nel processo penale; ha subito vari episodi, anche estremamente gravi, di stalking, lesioni, minacce di morte, pedinamenti, violenza psicologica, con reiterati contatti e offese a lei e alle persone che le gravitano intorno. La donna ha sporto più volte denuncia, e l’intervento dei Carabinieri è stato sempre puntuale ed egregio. Non è stata tuttavia mai adottata alcuna misura cautelare nei confronti dell’indagato, per impedire che lo stesso potesse continuare a porre in essere tale condotta di stalking nei confronti della persona offesa.
Da un punto di vista processuale, l’udienza preliminare è stata fissata in tempi anche abbastanza rapidi rispetto allo standard giudiziario italiano (meno di un anno dalla denuncia, n.d.r.); ma questa velocità, purtroppo, ha avuto un esito non felice per la mia assistita. C’è stata una sentenza di patteggiamento (procedimento speciale volto a chiudere senza giudizio la vicenda penale, consistente in un accordo tra imputato e Pubblico Ministero riguardo la pena da applicare, su cui decide il Giudice dell’Udienza Preliminare, n.d.r.). È stata inoltre applicata la sospensione condizionale della pena e il risarcimento è stato offensivamente esiguo. La cosa che ci ha deluso di più è stata la mancata applicazione delle disposizioni previste dal cosiddetto “Codice Rosso” (Legge 19 Luglio 2019, n.69, n.d.r.), che prevede, in caso di sospensione condizionale, la subordinazione a percorsi presso enti o associazioni che si occupano di prevenzione, assistenza psicologica e recupero di soggetti condannati per i medesimi reati.
Da una disamina della casistica emerge come molto spesso questa disposizione purtroppo non venga applicata. Il rischio è ovviamente che la stessa persona reiteri il reato. La problematica principale, a mio parere, è questa: fino a che punto, nel sistema giudiziario italiano, si tiene in reale considerazione la normativa legale e processuale relativa alla violenza di genere?
Perché così facendo, tra l’altro, si rischia anche di incorrere in una vittimizzazione secondaria nei confronti della donna offesa. Anche in conseguenza di ciò, la mia assistita vive oggi in uno stato di tranquillità compromesso da una condizione di forte stress psicologico. La persona offesa, su queste basi, potrebbe erroneamente domandarsi quale sia il senso di sporgere una denuncia.
Sottolineo che il provvedimento di cui parliamo non poteva essere impugnato – alla luce di una recente sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione – neppure da parte della Procura Generale. Va detto che la persona offesa potrebbe successivamente attivare un giudizio in sede civile per il risarcimento del danno, ma così facendo dovrebbe poi sostenerne anche costi e tempi. Sentiamo una grande attenzione mediatica verso il tema della violenza di genere, vengono introdotte normative dedicate, ma nella pratica – nonostante eventuali provvedimenti di condanna – questa materia non sempre viene applicata correttamente, specie sotto l’aspetto della prevenzione per la commissione di ulteriori reati della stessa indole.
Chiedere giustizia, celebrare l’8 Marzo e il 25 Novembre, è legittimo e giusto. Ma bisogna anche guardare l’altra faccia della realtà, quella in cui le leggi, anche se vengono promulgate, poi non vengono o vengono mal applicate nella pratica».
Non abbiamo molto da aggiungere a queste parole, se non rimarcando il fatto che il tema della violenza di genere – per quanto più o meno direttamente ci tocchi – riguarda tutti e tutte. Da parte nostra, possiamo e dobbiamo cercare di dare un contributo all’interno del nostro ambito di vita e della nostra quotidianità. Perché quando la realtà è così allarmante, rimanere indifferenti diventa anch’essa una forma di corresponsabilità.
Nomi, dettagli e fatti accaduti sono stati volutamente omessi, al fine di tutelare la persona offesa. CASENTINO2000 ringrazia questa donna, che ha voluto raccontare la sua storia per far sentire la propria voce, ma anche e soprattutto per cercare di aiutare le altre donne vittime di violenza.