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sabato, 5 Aprile 2025

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A Moggiona immersi nella memoria

di Matteo Bertelli – Estate periodo delle sagre. Nella nostra Moggiona, ad esempio, celebriamo il fungo porcino, tappa fissa di moltissimi casentinesi e non. Buon cibo, una piacevole frescura e tantissimo spazio per una bella passeggiata nella natura per smaltire l’eccesso.

Probabilmente non è di vostra conoscenza ma, a pochi passi da dove vengono servite delle buonissime cappelle grigliate con un bicchierino di rosso, si è consumata una delle tragedie più grandi, inspiegabili e poco ricordate mai avvenute in Casentino.

Correva l’anno 1944, il 7 settembre per la precisione, alcuni soldati, tedeschi e repubblichini, seduti e serviti a cena come fossero loro stessi ad una sagra, decidono di aprire il fuoco sui pochi civili rimasti a Moggiona, senza un motivo chiaro e preciso. Tra una sparatoria e l’altra, che meglio andrebbero chiamate esecuzioni sommarie, sono in 18 a cadere. Diciotto innocenti, tra cui donne e bambini, che erano rimasti in paese per garantire lo svolgimento di alcune attività necessarie all’esercito in fuga.

Moggiona ha deciso di ricordare questo avvenimento, brevemente raccontato, con un museo e una stele di roccia. Nel primo ci sono reperti storici in grado di mantenere viva la memoria, nel secondo una lista di nomi. Una lista come quelle che vediamo in molti monumenti ai caduti, alla quale possiamo legare un sentimento di tristezza generalizzata che molto spesso, purtroppo, lascia spazio all’indifferenza.

Perché leggendo nomi, senza conoscerne le storie, difficilmente riusciamo a provare empatia, soprattutto se la cosa ci tocca solo in maniera indiretta. Eppure, non è sempre così. Il percorso di quella che viene chiamata “memoria” è strano ed imprevedibile: per anni un avvenimento può essere taciuto, magari per dimenticarlo, ma poi torna a galla, con la stessa forza di un oggetto solido spinto sotto l’acqua e poi lasciato.

Ed è questo il caso di cui stiamo parlando. Nella lapide esposta in piazza c’è un cognome ricorrente, Meciani. Molti di quella famiglia furono uccisi nella strage, uno sopravvisse gettandosi da una finestra e correndo, dopo un gran ruzzolare, fino a Poppi. Quell’uomo, all’epoca ragazzino, porta il nome di Francesco, il nonno di Rachele Ricci, una ragazza che, dopo tanti anni, sembra legata con un filo rosso sangue a questo terribile avvenimento.

Rachele non è una storica, né una semplice appassionata, Rachele crede che la memoria di certi avvenimenti non serva solamente da monito, quanto più da metro di misura. E per mantenerla viva il modo migliore è farla vivere, quanto più intensamente possibile, sulla pelle di chi sta cominciando a dimenticare.

È per questo che, nel suo lavoro di tesi, ha progettato da zero l’allestimento di una mostra che parli della strage di Moggiona, con scopo primario l’immersione e, di riflesso, l’immedesimazione e la stimolazione di un sentimento di empatia.

Il principio di fondo della sua idea è che valga la pena ricordare per capire che certe cose tutt’ora sono significative ed hanno risvolti nel presente; da qui la scelta di utilizzare una serie di strumenti che consentano una maggiore interazione e un’attenzione prolungata sul soggetto.

Nello specifico, la mostra si basa su un contrasto tra passato e presente e tra il fisico e l’astratto, per aumentare il livello di profondità e di coinvolgimento del visitatore. Il fisico e l’immateriale si mescolano nell’idea di Rachele: documenti di importanza storica, immobili e distrattamente letti di sfuggita, vengono riproposti anche in digitale, grazie all’utilizzo di QR code e altre tecnologie immersive. Le fotografie diventano un escamotage interattivo, ad esempio, atto a mostrare, sovrapposte, la Moggiona di oggi e la Moggiona distrutta dai bombardamenti nazi-fascisti.

Una narrazione di eventi che superano la barriera della scarsità di attenzione dei più giovani e non solo, puntando a farli immergere e lasciare loro emozioni, più che ricordi. Il progetto, qui brevemente descritto, è un lavoro di tesi di una ragazza che ha studiato questo, che lo sente come proprio ed ha tutti gli strumenti per poterlo portare a un pubblico più ampio di quello che, con l’ottimo lavoro già fatto, non sia già interessato all’argomento.

La fase di messa a terra necessita di altro oltre la buona volontà e, personalmente me ne faccio carico, questo spazio vuole essere anche una sorta di chiamata alle armi. Storici, mecenati, semplici curiosi ed appassionati, tutti sono i benvenuti, per stringersi a cerchio intorno a un progetto che, assieme ai tanti che hanno preso e prenderanno vita nella nostra vallata, daranno lustro a un passato che, banalità sempre necessaria, non va affatto dimenticato.

Scarica il PDF con le cartine della mostra: Cartine Mostra

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