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giovedì, 3 Aprile 2025

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D come Democratici

Osservando i risultati dell’ultima tornata elettorale – ci riferiamo alle politiche del 2022 – ci accorgiamo che in Casentino il Partito Democratico ha toccato il suo minimo storico: sono numeri, fatti. Nel silenzio assordante dei circoli se ne sono andati più di 1.200 voti, come se un intero Comune di piccola entità avesse repentinamente cambiato direzione politica.

I “patrioti” di Fratelli d’Italia hanno sfondato la Linea Gotica decretando, forse, la fine di un’epoca. Il partito “liquido”, nato molti anni prima dalla fusione “a freddo” tra la cultura post-comunista e quella cattolica progressista, è pressoché evaporato dopo la trionfante – almeno all’apparenza – parentesi renziana. Lo stesso Matteo Renzi oggi è alla guida di un partito bonsai e va a braccetto con Calenda, al quale è stato permesso di chiamare “Azione” la propria compagine politica; sia il “rottamatore” che l’erede (sic!) della tradizione liberal-socialista si sono accampati nella loro comfort zone, flirtando a più riprese con il centro-destra moderato.

Tornando a noi; nelle intenzioni di Walter Veltroni, padre fondatore del PD, l’innovativo soggetto politico avrebbe dovuto cambiare il corso storico della sinistra riformista in Italia. Risultato? La sinistra, intesa largamente come movimento di opinione teso al progresso sociale del Paese, si è ridotta ad un apparato burocratico incapace di dialogare con i cittadini; arrivata, nel corso del XX secolo, a toccare quasi il cielo con un dito – il cielo dell’egemonia politica – ha svenduto la propria egemonia culturale in cambio di fantasiose Bicamerali. Prima ha perso la propria vocazione storica, vorrei dire la propria ragion d’essere, inseguendo per vent’anni Berlusconi su un terreno a lui congeniale, poi ha tentato di rimediare “assemblando” due tradizioni politico-culturali troppo distanti tra loro.

Il Pd non ha un’anima socialdemocratica, non ha mai studiato a fondo le politiche laburiste cedendo il passo ad una visione neo-liberista della società di cui è esso stesso uno dei più malriusciti esempi in ambito strettamente politico. Nelle intenzioni dei fondatori doveva essere una formazione popolare – e non parla il linguaggio del popolo – e a trazione maggioritaria. L’attuale legge elettorale, il “Rosatellum”, porta il nome di uno dei suoi esponenti; candidature “chiuse”, decise in stanze di partito ormai non più fumose, ratificate da un surreale Stato Maggiore che non ha più armi né soldati.

Con l’approvazione del jobs act ha definitivamente imboccato la strada del “nuovo”, deponendo la propria arma principale, ovvero la lotta alle diseguaglianze sociali. Un partito di funzionari, spesso e volentieri impresentabili, a guida post-democristiana; sostanzialmente muto di fronte allo scoppio del recente Quatargate, architettato da chi del PD ha fatto parte, rappresentandolo in sede europea.

Onore ad Enrico Letta, un intellettuale di alto profilo oltre che una persona perbene, che si è caricato sulle spalle un peso impossibile. Ha messo il proprio tempo e le proprie competenze al servizio di una causa persa fin dalla fondazione di questo soggetto politico ibrido che si affaccia al congresso senza seguire alcuna road map: nomi tanti, contenuti pochi. E in Casentino – per passare dal nazionale al locale, facce diverse della stessa medaglia – il PD che cosa intende fare?

Proprio nel nostro territorio ci aspetteremmo un segnale di risveglio, un battito d’ali: difesa della sanità pubblica e una seria riflessione sui meccanismi economico-sociali della cosiddetta “transizione ecologica” potrebbero essere i pilastri da cui ripartire. Purtroppo all’orizzonte non vediamo nessuna Elly Schlein; pressoché assente il dibattito politico, se non sugli house organ disseminati qua e là che assomigliano ogni giorno di più alle agiografie dei santi. Il tempo è scaduto: serve una rifondazione.

ALFABETO CASENTINESE del Barone Rampante

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