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sabato, 5 Aprile 2025

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«Don’t Look Up!» e alcune riflessioni sulla pandemia

di Marco Roselli – Non è nel mio stile e neppure nella mia educazione parlare di cose di cui non ho conoscenza diretta. Tuttavia, dopo due anni, arrivati al livello in cui siamo, non posso più non sottrarmi dal redigere una contabilità, almeno dei fatti macroscopici, che a livello nazionale paiono acclarati.

Anche perché, diversamente, oltre alla cappa che mi attanaglia, avvertirei una sensazione intollerabile: la perdita della dignità; forse l’unica ancora che mi resta. Premetto che sono uno che si è vaccinato (quota 3) e voglio anche premettere che gli amministratori locali, tutti, nessuno escluso, hanno la mia stima incondizionata, dato che sono stati messi, come sempre, in trincea.

Punto primo. Se come risulta dalle cronache, per un tempo lungo e per importanti forniture, ai ragazzi di molte scuole italiane sono state date mascherine non conformi (comunque male indossabili; in casa ci sono pacchi e pacchi inutilizzati) mi pare un fatto inaccettabile. Mi chiedo: chi doveva vigilare su queste produzioni fondamentali? Chi doveva fare la valutazione di efficacia? Chi doveva valutare il rischio?

Punto secondo. Esistono in commercio sistemi di purificazione dell’aria che risultano testati al 99,9% contro il virus. Cosa aspettano i ministeri a fornirli almeno alle scuole e a tutti gli uffici pubblici? Con tutta la tenerezza verso la ex ministra e fuor di polemica, credo che i soldi dei go kart avrebbero reso ben altro frutto. E a prescindere da quella vicenda, i soldi vanno trovati, senza esitare oltre!

Punto terzo. La comunicazione nazionale ha fatto più danni della grandine; in molti casi la trovo addirittura oscena. Ha spinto le persone ad avere falsi sensi di sicurezza, oppure, all’opposto, il terrore di andare a Camaldoli in mezzo al bosco. Ha messo terribilmente in crisi gli adolescenti, che hanno percepito la dissoluzione del proprio stato di persone giovani, con una vita da vivere, rappresentando loro solamente la fine di tutte le cose. Ha spinto i più sensibili a soffrire indicibilmente (basta vedere i numeri dei soggetti che hanno necessità di psichiatri e psicologi, con annessi psicofarmaci) e i più audaci a buttarsi letteralmente via, nell’alcol o nella droga, per poi additarli come degli sconsiderati, dei terroristi, dei pazzi.

Una statistica di cui nessuno parla, infatti, è quella dei suicidi. Il mio ex terapeuta mi ha recentemente riferito dati da bollettino di guerra! I grandi media hanno sedotto medici e scienziati, o sedicenti tali, portandoli fuori dal proprio ruolo, stuzzicando la più efficace delle debolezze umane: la vanità (“La vanità, il mio peccato preferito” – Da: ‘L’avvocato del diavolo’ con Al Pacino).

Se ci aggiungiamo quello che accade sui social network i cervelli non possono fare altro che friggere, proprio come accade nel film. Per questa strada non penso si possa durare a lungo. La mia sensazione è che questa spirale porterà a una sostanziale sfiducia, con una sempre minore quota di persone che seguiranno le indicazioni terapeutiche.

All’inizio della pandemia, qualcuno, non ricordo chi, affermò che la vicenda avrebbe messo in risalto le virtù e le falle dei sistemi nazionali, nel senso che avrebbe ampliato le magagne già macroscopiche.

Alla fine di questo anno posso solo rinnovare il mio ringraziamento ai sindaci locali, ai quali mi permetto di suggerire solo una cosa: se pensate che una faccenda sia mal gestita è ora di dirlo chiaro e forte, perché il tempo della testa sotto la sabbia o degli ordini di scuderia è veramente finito.

Un grande abbraccio ai sanitari dipendenti e ai volontari; senza di loro saremmo affondati da un pezzo. Tutto il resto, mi riferisco alla politica nazionale, mi è parso frequentemente inadeguato. Molte volte aria fritta. Pericolosa aria fritta. Quasi come una cometa diretta verso la terra a cui nessuno vuol credere.

«Don’t Look Up!» il film è disponibile su Netflix.

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