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venerdì, 4 Aprile 2025

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Educare… ne saremo capaci?

di Mauro Meschini – Dopo una tragedia come quella che è accaduta a Caivano, dove due minorenni sono state abusate da un gruppo di coetanei e dove si è poi rivelata essere presente da tempo una situazione di violenza continua, è arrivata la visita, tardiva ma a quel punto obbligata, del Governo, con il corteo di auto blu che per una mattina ha monopolizzato la vita di un intero quartiere. Poi nei giorni successivi un’azione in forze con centinaia di poliziotti, carabinieri e finanzieri impegnati. Si sono buttate giù porte, si sono perquisiti appartamenti e cantine, alla fine sono stati trovati qualche migliaio di euro, alcune armi e proiettili, materiale per confezionamento della droga. Forse molto altro era già stato trasferito altrove e comunque, dopo pochi giorni da questo blitz, da quelle parti le armi sono di nuovo tornate a farsi sentire nella notte.

Sono poi arrivate le decisioni, il Decreto Legge di rito che dovrebbe porre rimedio alla situazione. Un elenco di misure che inasprisce le pene per i minori, rende più facile l’arresto e la permanenza in carcere, come se i destinatari di quelle sanzioni fossero vecchi boss della camorra. Invece si tratta di ragazzi e ragazze, a volte bambini visto che si è deciso di introdurre anche «una nuova tipologia di ammonimento del Questore per i minori di età compresa tra i 12 e i 14 anni che commettono delitti per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a 5 anni…».

Sembra ci sia una costante in queste scelte, la volontà di prendere le distanze, si prevede il carcere, si estende l’applicabilità del cosiddetto “daspo urbano” (divieto di accesso a particolari aree della città) ai maggiori di 14 anni, si aumenta di un anno la durata massima del divieto di rientro nei comuni dai quali si è stati allontanati e si inasprisce la sanzione, che diviene penale, nei casi di violazione del provvedimento di allontanamento.

Non crediamo ci si potesse aspettare altro da questa compagine di Governo, la voce grossa contro i più deboli, che siano poveri, migranti o minori, sembra ormai una costante, ma queste risposte rischiano di peggiorare le cose, non risolvono le situazioni, non creano miglioramenti, ma spezzano speranze, segnano pesantemente giovani vite, rendono più difficile ricostruire dalle macerie. Continuare ad alzare muri non serve, chiudere dei ragazzi dietro ad un muro non aiuta né loro né la società di cui loro saranno i futuri protagonisti.

La decisione di prevedere il carcere per i genitori che non si preoccupano di far frequentare la scuola ai figli rende poi palese quanto lontano sia, chi sta decidendo, dalla reale situazione che sta vivendo il destinatario delle decisioni. Il problema in troppe parti di questo Paese è che i bambini e i ragazzi non vanno a scuola proprio perché i loro genitori sono già in carcere o, comunque, non ci sono. È questo totale abbandono che apre le porte alla criminalità che diventa esempio, fonte di sostentamento, rifugio in cui sentirsi, per quanto possibile, al sicuro.

Non si è ancora riusciti a costruire una società in grado di offrire luoghi sicuri dove crescere, incuriosire, proteggere, educare i più piccoli. La scuola spesso viene citata come il luodo deputato a questo, ma nei fatti è stata progressivamente indebolita e affogata in una burocrazia pesante e inutile che rende tutto più complicato. Il luogo dove tutti dovrebbero trovare la possibilità di esprimere le loro capacità e attitudini è diventata un percorso di selezione che fin dai primi anni divide chi è portato per lo studio da chi sarà destinato ai lavori manuali. La didattica è principalmente teorica, frontale, tutto ciò che era laboratorio, manualità, creatività è stato eliminato o messo ai margini. Una scuola così non è per tutti, una scuola che si dice deve formare lavoratori e non cittadini non è quello che occorre, prima è necessario far crescere ragazze e ragazzi in grado di conoscere sé stesse/i e di riconoscere gli altri, è necessario educare alla socialità, al rispetto delle persone e del mondo in cui si vive. È necessario educare ad essere curiosi e saper comprendere le proprie passioni, attitudini e capacità; è necessario educare a non essere indifferenti verso ciò che ci accade intorno, a comprendere e saper esprimere sentimenti ed emozioni.

Senza indirizzi e scelte complessive diverse per la scuola non crediamo che le «disposizioni in materia di offerta educativa», previste nel Decreto, potranno dare risposte utili e sufficienti, perché andranno ad inserirsi in una struttura scolastica dove la continuità didattica è un’utopia, visto i tanti professori precari che cambiano ogni anno, e dove non c’è spazio per andare oltre programmi scolastici ingessati e nozionistici.

Poche settimane fa sono stati ricordati i 30 anni dalla morte di Don Pino Puglisi, parroco di Brancaccio ucciso dalla mafia a Palermo. Don Puglisi partiva sempre dai più piccoli e fragili e organizzò il Centro “Padre Nostro” dove riuscì a sviluppare esperienze positive per i ragazzi togliendoli dalla strada. Spesso diceva: «Dobbiamo liberare la gente dall’ignoranza perché l’uomo che non sa, non conosce, non cresce e non dà un contributo costruttivo alla crescita degli altri».

Don Puglisi non alzava muri, non allontanava i ragazzi ma li andava a cercare, offriva alternative e occasioni per crescere. Educava… sapremo fare altrettanto?

“Scuola Società” sognando futuri possibili è una rubrica curata da Sefora Giovannetti e Mauro Meschini

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