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sabato, 5 Aprile 2025

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Gli Amanti di Piazza Tarlati. Puntata 11

Love in Valle Santa Il giorno del rientro al lavoro fu un turbine di emozioni forti. Un ribollire di umori in una caldera geotermica. Paride era proiettato anima e corpo verso la speranza di non aver distrutto quello che c’era. Quel viaggio, non cercato ma inevitabile, quali segni aveva lasciato? Elena, adesso, che viso aveva? Anche se si era fatta viva quando era via, queste domande lo tormentavano terribilmente. Temeva di averla perduta; non immaginava quanto lui la amasse, nonostante tutto. Nonostante le difficoltà, nonostante non fosse possibile, nonostante la famiglia, nonostante la vita. Non sapeva che l’amore può tutto e sovrasta ogni negazione; abbatte argini e confini, convenzioni e contratti.
L’adrenalina aveva iniziato a farsi sentire presto perché entrambi erano svegli da prima che facesse giorno. Lei, dopo aver girellato per le stanze, rimase davanti alla finestra, a guardare il primo chiarore che diffondeva da est. Un ventaglio di nubi alte e sottili stava virando dal bianco al rosa che diventava ogni istante più acceso. Poi il cielo iniziò a bere i raggi solari che risalivano da dietro la Verna illuminandola di un motivo arancione.
Il nero si era dissolto, dapprima nel blu profondo quindi in turchese, a causa della luce in avanzamento. Era un’alba straordinariamente bella.
Lui aveva vagato tra lo studio ed il bagno. Seduto in poltrona o sulla tazza, con il cellulare in mano, non trovava pace.
Per entrambi i minuti passavano troppo lentamente.
La donna lasciò lo spettacolo del nuovo giorno ed andò in cucina. Si mise a preparare la colazione. Prese le tazze, le fette biscottate, la marmellata. Mise la moka sul gas.
L’uomo andò davanti allo specchio. Distese la schiuma e fece la rasatura più accurata della sua vita andando a togliere anche i peli più remoti. Anche quelli che talvolta tralasciava. Dopobarba in abbondanza. Acqua di colonia sotto le ascelle. Camicia sportiva e jeans slim fit.
L’altra doveva aspettare prima di prendersi cura, si stavano alzando i ragazzi.
Gli versò latte e Nesquik; spalmò il burro e la confettura. Solo allora, mentre mangiavano guardando l’ennesima puntata di “Oggy e i maledetti scarafaggi”, andò a prepararsi.
Sapone neutro e asciugatura. Un velo di fard e contorno occhi leggero. Distensione delle ciglia. Il rossetto lo avrebbe messo dopo – poco prima di incontrarlo – sfruttando lo specchietto dell’auto. Due colpi di spazzola furono sufficienti ad aggiustarle i capelli. Qualche goccia di Chanel n. 5.
Finalmente giunse l’ora di uscire. Amanti fuori! Elettricità quasi al livello massimo, spie tutte accese.
Un qualunque osservatore esterno avrebbe capito al volo quello che stava accadendo nell’atmosfera circoscritta su quei due cuori. Chiunque poteva vedere quelle boe luminose ondeggianti nel mare dell’ordinario quotidiano. Scuola e parcheggio sopra le scuole medie lei. Direttamente al Podestà lui.
La vide sbucare dalla Propositura. Prima arrivarono gli occhi, evidenziati dal velo che portava come una magnifica femmina berbera.
Franca servì i caffè che presero senza quasi aprir bocca. Non ce n’era bisogno. Parlavano gli sguardi che raccontavano di sensazioni micidiali. Passione e tormento, dubbio ed attrazione.
Salirono nello studio per cominciare a lavorare.
C’era in ballo un grosso progetto di ristrutturazione del borgo rurale di Giona di Sopra, in Valle Santa. Una cordata di russi aveva comprato tutto.
– Qualcuno dovrebbe andare a fare un sopralluogo. Vai tu? Chiese un collega.
– Si, certamente. Se qualcuno viene con me non è peggio, rispose Paride.
– Vengo io, esclamò Elena.
Appena fuori Bibbiena lei si appoggiò alla sua spalla e lui le prese la mano. Era un poco rischioso, non certo per la guida, ma qualcuno poteva sempre vedere quello che era bene non fosse visto. L’erba era bianca di brina e la giornata limpida mentre salivano per la carraia oltre Banzena. Ad un certo punto l’eccitazione diventò troppa e non poterono resistere. Lei cominciò a baciarlo sul collo per scendere rapidamente sul petto e ancora più in basso.
Allora innestò la prima, con un filo di gas, per andare più piano.
Gli sbottonò i pantaloni e lo trovò già tosto da morire. Lo prese in bocca e lo sentì ingrossare ancora di più. Le sue vene erano diventate come corde ed irroravano la cappella turgida e dura.
Dovette sforzare le meningi per non uscire di strada. Poi si sfilò la gonna e rimase con le auto reggenti nere. Salì a cavalcioni sopra quel membro debordante. Prima lo tenne stretto tra le grandi labbra fino a che non fu bagnatissima. Questione di secondi e fu dentro. Allora non gliela fece più a guidare. Faceva fatica a vedere così accostò.
Lo prese per i capelli e tirò la bocca sul seno. La lingua correva vorticosamente sui capezzoli che si erano irrigiditi nella vertigine. Passò un tizio con una jeep, poteva essere anche un conoscente, ma chi se ne fregava. Fortuna che i vetri erano appannati. Le mordeva il collo. Con una mano le teneva una spalla e con l’altra premeva il suo culo, spingendo sempre di più il nerbo.
Poi qualcuno – difficile dire chi – toccò una leva ed il sedile si sdraiò di colpo trascinandoli. Non contento la spostò sulle sedute posteriori e la prese da dietro. Salì sulla sua schiena arcuata tenendola bocconi mentre la possedeva stimolandole il clitoride. Passò un’altra auto. Fanculo anche a quella. Non si rendeva conto di quante volte avesse goduto, così, per non sbagliarsi, la girò nuovamente per farla venire con la lingua.
Lei fece altrettanto godendo del suo piacere. Perché è così che funziona e così deve essere: prendere il piacere nel darlo.
Infine, seminudi e sudati, restarono abbracciati a lungo.
Intanto, a Giona di Sopra, rovi e macchie si erano accresciute di un poco, nonostante fosse ancora inverno. Il cielo sopra quella decadenza si era coperto di nubi che promettevano neve. Adesso nessuno passava su per lo sterrato e solo il respiro di due toraci ansimanti aggiungeva condensa ai vetri. I due amanti si guardavano intensamente, ancora sconvolti da tutto quel fuoco. Poi dei passeri giocosi si posarono sul cofano dell’auto, incuriositi da ciò che accadeva al suo interno.
– Gli animali concepiscono l’amore? Chiese lui.
– Io penso che lo concepiscano più di noi, rispose la donna.
– Perché?
– Perché soltanto gli esseri umani sanno corrispondere altrettanto odio.
– Pensi che noi potremo arrivare a odiarci? Io sento di amarti come non ho mai amato.
– Si, penso di si.
E riprese a baciarlo. I russi potevano ben aspettare. Il sopralluogo lo avrebbero fatto un’altra volta.

(Fine puntata 11)

Marco Roselli, Gli Amanti di Piazza Tarlati, Fruska

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