La fredda lama della paura Un giorno di quelli si ripresentò il dolore alla schiena. Paride stava sistemando la legna nel garage quando accusò il male. Dovette sedersi a terra ed appoggiarsi alla parete, dove restò diversi minuti a sudare freddo.
Pian piano si sentì meglio e trovò il modo di risalire. Non avrebbe voluto dir nulla ma il suo viso era eloquente, tanto che la moglie se ne accorse immediatamente.
– A questo punto bisognerà andare a fare dei controlli, disse la moglie.
Provò a dire che la cosa non era necessaria, ma lei fu piuttosto decisa e dovette abbozzare.
Anche quel malessere passò come le altre volte. Trascorsero una decina di giorni di relativa tranquillità fino a quando, una sera che era rientrato prima dal lavoro, la consorte non lo esortò ad andare dal medico curante, il dr. Bidini.
La visita non durò molto. Il dottore, dopo aver ascoltato i sintomi dal paziente, lo fece sdraiare sul lettino ed effettuò una palpazione della regione lombare.
– Senti dolore?
– Si. Un poco quando premi in basso.
– Non mi pare ci sia nulla di strano, comunque, ti segno una ecografia, per capire meglio. Cerca di non fare sforzi in questo periodo.
I modi affabili e rassicuranti del professionista avevano contribuito a rasserenare la coppia che riprese la propria quotidianità senza ombre di sorta. Almeno fino al giorno dell’esame strumentale. Quando arrivò quel momento tutto cambiò.
Ospedale di Bibbiena. Lunedì 5 febbraio – ore 9.30
Moglie e marito entrano in ambulatorio ecografico. Espletate le formalità lui si prepara. Si toglie camicia e maglione. Resta a torso nudo.
Studio di piazza Tarlati. Lunedì 5 febbraio – ore 9.31
Lei è arrivata in studio e sta davanti al pc. Lavoro di routine. Sapeva che quella mattina non sarebbe venuto per via di una visita generica. Era stato convincente quando le aveva detto quella mezza verità ma non così efficace. In lei albergava, in fondo all’ultimo neurone della parte più remota del cervello, un filo di inquietudine.
Ospedale – ore 9.40
Lui è in piedi davanti all’operatore sanitario che gli applica il gel.
Studio – ore 9.41
Lei ha aperto un foglio di word per avviare una relazione tecnica.
Ospedale – ore 9.45
Il sensore passa sulla schiena e sull’addome rimandando immagini sul monitor. Il dr. Marrini osserva e prende qualche appunto.
Studio – ore 9.50
“La presente relazione riguarda la riqualificazione di fabbricati rurali costituenti il borgo denominato “Giona di Sopra” iscritto al n.c.t. del comune di Bibbiena…”
Ospedale – ore 9.55
Il medico riguarda lo schermo e le stampe del rilevato. Le stampe e lo schermo. E ancora. Poi parla:
– C’è una macchia scura vicino al rene. E’ di natura neoplastica.
Quelle parole hanno l’effetto di un montante che spegne le lampadine delle meningi e mozzano il fiato nella gola di lui.
Studio – ore 9.55
“I volumi di cui trattasi sono descritti al foglio numero…”
Smette improvvisamente di scrivere. Avverte un dolore acuto al petto di cui non conosce l’origine. Una fitta violenta tra cuore e fegato. Il suo sguardo è diventato vitreo al punto che un collega gli dice se non si stia sentendo male.
Ospedale di Bibbiena – ore 10.00
Vedendo la paura nei suoi occhi il Marrini si preoccupa di fornire spiegazioni.
– Come sappiamo, ciò che ci dice l’ecografia, non è sufficiente a formulare una diagnosi definitiva. Servirà una biopsia ed altre analisi. Però ho il dovere di dire le cose come sono. C’è una figura tumorale che non sembrerebbe aver intaccato il rene. Facciamo tutto il protocollo e ne sapremo di più. Se come penso è di natura benigna procederemo all’asportazione, altrimenti, ci sono le terapie. Non si abbatta e affrontiamo la cosa. La moglie stringe più forte la sua mano.
Studio – ore 10.01
Si alza dalla scrivania e corre alla toilette. Appoggia le mani sul lavandino e abbassa la testa presa dal senso di nausea.
La rialza e si guarda allo specchio. Vede il malessere che prova in un volto verde.
Si sciacqua per riprendersi e, dopo qualche minuto, ritorna alla postazione.
Il resto della mattinata è inconcludente. La sua testa rimane vuota con il pensiero di lui che, per qualche insondabile mistero, ha percepito come fossero insieme.
La paura che ha prodotto il male. La sofferenza che ha viaggiato nelle dimensioni spazio temporali.
Lei non sapeva con precisione di cosa si trattasse ma il messaggio era arrivato forte e chiaro.
Quella di Paride fu una notte insonne. Per quanto si sforzasse di distrarre la mente i pensieri ritornavano sempre a ciò che era accaduto la mattina. Il freddo gel sulla pelle. Il viso serio del medico. Le parole pesanti che sapevano di sentenza. Immagini e suoni che gli si erano ficcati nel cervello, senza possibilità che si potessero spostare di un millimetro.
Stava sopra il letto con gli occhi spalancati contro il soffitto nero come una bara. E nero era anche il suo orizzonte. La moglie, crollata dalla stanchezza, dormiva abbracciata alla sua vita. L’unica variante era il pensiero di Elena. Cosa gli avrebbe detto? Pensava che la soluzione migliore fosse quella di tenersi tutto dentro, in modo da non trasferire sofferenza. Era una situazione che voleva gestire autonomamente. Di questo era sicuro. Sapeva bene che questa scelta avrebbe avuto delle conseguenze. Anche se aveva il conforto della famiglia, non poter condividere con lei, avrebbe aumentato il carico emotivo. In cuor suo sapeva che era giusto così.
I fantasmi della notte lo accompagnarono fino all’alba quando il profilo della Verna, seminascosta dalla bruma, non fu illuminata dai primi raggi del sole tiberino. La faggeta sulla Penna, messa in rilievo sopra il sasso, fu incendiata tutta ed i bagliori finirono per lambire quelle nebbie.
Solo allora la sua anima si acquietò permettendogli un breve momento di riposo.
Il giorno dopo Quando Elena giunse al Podestà, quella mattina, Paride non stava davanti all’ingresso come le altre volte. Arrivata sulla piazza dalle scalette di via Rosa Scoti non lo vide e subito si preoccupò.
Un istante dopo, attraverso la vetrata, al tavolo alto, vide i capelli castani e le spalle larghe, allora abbozzò un sorriso.
– Dio mio che viso! Cosa hai fatto? Esordì lei.
– Sarà perché ho dormito poco stanotte e sono veramente stanco – anche il tuo però non è il massimo, rispose.
– E’vero. Ieri non sono stata bene per niente. Soprattutto la mattina ho accusato un forte malessere che mi ha prostrato per tutto il resto della giornata.
– E come mai? Hai capito a cos’era dovuto?
– Non lo so, è stata una sensazione improvvisa, non mi era mai capitato niente di simile.
– Se dovesse risuccedere è bene che ti fai controllare che ne dici?
– Va bene, staremo a vedere.
– Lo sai che ti amo?
– Si. Ti amo anche io.
I giorni passavano, le fioriture avevano lasciato il posto ai teneri frutti e l’aria cominciava ad essere tiepida, era cambiata la stagione.
Il sangue – come la linfa degli alberi – correva veloce esaltando il flusso ormonale.
Il quotidiano, specie per lui, non era semplice ma, forse, proprio per questo, ancora maggiore la voglia di spensieratezza.
Aveva iniziato la chemio in forma leggera che sopportava abbastanza bene.
Una di quelle mattine lei stava al pc. Non avendo scadenze si mise a guardare località di vacanza. Il mare. Aveva desiderio del mare, del suo respiro, dei suoi profumi.
“Come sarebbe bello andarci insieme” pensava.
Alba e tramonto. Il sole che sorge o si tuffa nelle profondità delle acque evocando l’ancestrale ricordo dell’origine.
Sabbia e conchiglie. La brezza che sa di sale. Fare l’amore dietro le dune. Pelle contro pelle. Sudore. Sensualità. Estasi.
“Dio che voglia di salsedine” pensò ancora.
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Web mail – suo indirizzo – oggetto: amore…
Invio.
(Fine puntata 12)
Marco Roselli, Gli Amanti di Piazza Tarlati, Fruska