Poliedri e stelle Dopo una giornata come quella, così ricca di emozioni e profumi, non potevano non cenare in un bel ristorante, possibilmente vista mare.
Anche se era ormai scuro, l’odore dell’acqua salata sarebbe stato più intenso. Poi era spuntata una gobba di luna appena accennata, proprio all’orizzonte di ponente. Sembrava essersi data il cambio con il sole, che era sprofondato dove la regina della notte stava sorgendo.
Gli avevano suggerito il Pescatore, ad Albinia. Avevano detto che avrebbero mangiato dell’ottimo pesce e che l’ambiente, nella sua semplicità, era proprio fronte spiaggia.
Si accomodarono nella veranda e non fuori; nonostante fosse bel tempo, le serate non erano ancora abbastanza calde.
Il locale in effetti si presentava essenziale, anche nell’arredamento, tutt’altro che pretenzioso, ma il profumo che arrivava dalle cucine era promettente.
La vetrata – con alcune finestre aperte – consentiva di vedere tutto l’esterno fin dentro la notte della natura.
Venne il cameriere con il menù. Essendo un giorno infrasettimanale di inizio stagione non c’era molta gente, per cui, potevano dialogare piacevolmente.
– Antipasto di mare, spaghetti allo scoglio per me, risotto alla pescatora per lei e poi frittura mista.
– Da bere? Domandò il cameriere.
– Ci porti un Muller Thurgau. Ti va bene?
– Benissimo, rispose lei raggiante.
Mentre aspettavano lui le prese la mano. Si misero a parlare di loro, della situazione che stavano vivendo.
– Che dobbiamo fare? Chiese la donna.
– Non lo so. Forse dobbiamo solo vivere giorno per giorno. Sarà il tempo a dare tutte le risposte.
– Non sopporto l’idea che qualcuno possa soffrire. Se ci penso mi sento male. Eppure non posso rinunciare a te, affermò Elena.
– La sofferenza è nell’ordine delle cose, penso sia inevitabile se andiamo avanti ed anche se ci lasciamo, disse l’uomo.
I suoi occhi si inumidirono e lui se ne accorse.
– Non lo sopporterei.
Allora lui tirò fuori un pacchettino che aveva in tasca.
– Questo è per te.
– Grazie tesoro mio. Che cos’è?
Aprì la piccola scatola e tolse la carta che avvolgeva l’oggetto mentre il cameriere serviva l’antipasto.
Un cristallo grosso come un mandarino rifulgeva nonostante la luce bassa della stanza. Un brillio vivace si rifletteva sulle facce del poliedro, proiettando sulla tovaglia una giostra di colori puri.
– Sai, quando studiavo all’università, una delle materie che più mi piacevano era la mineralogia.
La purezza di un cristallo di quarzo. I piani di simmetria e le figure geometriche ideali (le versò il vino).
Sono sempre stata affascinata dalle celle fondamentali e dalle loro composizioni spaziali. Somigliano ai vertici delle montagne, oppure ai riflessi dell’acqua marina (aprì le chele di un gambero e ne succhiò la polpa). Quando cerchi di confinarli in una dimensione ordinata,
l’occhio non riesce a definirla.
Ecco, si, la luce che attraversa questo oggetto mi ricorda il riverbero dei fondali quando il sole crea lo smeraldo, il topazio, l’ametista. Sono colori che accendono gli abissi; la dimensione insondabile della profondità. Tutto questo somiglia anche all’amore vero, la cui immensità è come un orizzonte che continua a spostarsi. Quando credi che lo scintillio nella tua anima possa rendere noti i suoi confini vieni smentito, esaltato, deluso, tradito.
Eppure è di questo orizzonte che non posso fare a meno (servirono i primi).
– Ci sono tante sfaccettature ed hai ragione, puoi immaginarle come fossero tutte le sfumature dei sentimenti; ci trovi anche la parte migliore di noi stessi (girò la forchetta attorno allo spaghetto e gliela offrì). La radiazione viene rifratta in tutti i colori dello spettro. Il poliedro è come il cuore di una persona. Maggiore è la sua purezza e più grande sarà la sua capacità di essere includente, inclusivo, disse Paride.
– Condivido. E quell’accoglienza la potrai vedere negli occhi dell’altro. Essi saranno splendenti, come quando i cromatismi si riuniscono nel biancore originale, all’uscita del prisma.
Finito di cenare camminarono sulla spiaggia. La serata era splendida, ed il mare appena increspato faceva udire solo un lieve sciacquio.
– Una volta ho provato a contarle tutte. Sono arrivata a 4.000 stelle.
– In certi tuoi aspetti sei proprio strana, le disse mentre le cingeva la vita.
– E tu meraviglioso quando mi abbracci così.
Le prese la mano e, distendendo le braccia, usò il suo indice per puntare il Grande Carro.
– Che cosa vuoi vedere?
– Lei lo guardò stupita.
Allora congiunse le stelle che si illuminavano una dopo l’altra mentre una rosa si evidenziava nel firmamento.
Il suo viso si fece di fiamma allora disse:
– Fallo ancora ti prego.
Fece apparire una cometa, quindi un ombrello.
Restarono a lungo a giocare con gli astri fino a quando anche questi non tramontarono davanti a Venere.
(Fine puntata 15)
Marco Roselli, Gli Amanti di Piazza Tarlati, Fruska