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venerdì, 4 Aprile 2025

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Gli Amanti di Piazza Tarlati. Puntata 19

Vapore Quando Lucia fermò l’auto nel parcheggio della fabbrica non poteva ricordare come aveva fatto ad arrivarci, dato che non aveva dormito un minuto ed era sfinita ancor prima di iniziare il lavoro.
Entrata in reparto incontrò il vapore delle macchine che, come al solito, le fecero uscire delle lacrime, solo che esse si confondevano con quelle di un pianto sommesso e silenzioso che non riusciva a trattenere. La sera precedente aveva visto rientrare il marito con addosso malcelati segni ed inequivocabili indizi dell’amore fedifrago.
I vestiti sgualciti. I capelli fradici e spettinati in malo modo. Il collo arrossato e un persistente odore di femmina. Gli atteggiamenti di una persona con la testa altrove.
– Allora? Buongiorno eh! Ma stai piangendo? Chiese Maria, una collega tra le più affidabili.
– Macchè! E’ il solito vapore che mi fa questo effetto, replicò. Lo sai bene pure tu.
– Va bene dai, si scherza, ma come siamo suscettibili stamattina. Piuttosto, ci vieni alla cena di fabbrica venerdì prossimo?
– Non so, devo vedere come sto messa con i ragazzi, vi faccio sapere domani.
– D’accordo, ma cerca di esserci, i figli li lasci al marito; dice che hanno invitato pure Gianni della Stoiba.
A quelle parole le si riempì il petto ed un sorriso fin troppo evidente le illuminò il volto.
Stuff – Sbuff – Tsschhh… Stuff – Sbuff – Tsschhh… Stuff – Sbuff -Tsschhh… Stuff – Sbuff – Tsschhh…
Da quella notizia i rumori ritmati e pesanti delle macchine gli parvero una musica. Un sorta di rap melodico elettrizzante. Le medesime condizioni operative erano come rigeneranti e si gustava ogni minuto di un’attesa sognante e favolosa.
Il suo stato euforico doveva essere piuttosto palese perché la collega, dall’altra parte del reparto, continuava a guardarla non senza sorpresa.
– Che ti passa per la testa signora? Le chiese nella pausa caffè.
– Che mi deve passare? Siamo a lavorare.
– Sarà. Somigli ad una insegna illuminata.
– Ma che dici – rispose con una punta di risentimento – ti pare? Torniamo al pezzo vai, che il capo ci sta guardando.
– Ti ha più dato fastidio?
– Ogni tanto fa il coglione ma lo rimetto subito a posto.
– Allora ci hai pensato alla cena?
– Si. Ci ho pensato. Se riesco a sistemare tutto vengo.
La collega la guardò con un sorrisetto.
– Che c’è? Che hai da ridacchiare? Hai bevuto qualcosa di forte a colazione?
– Niente, niente, figurati. Era tanto per dire.
Quando fu ora di uscire il tempo era volato e non vedeva l’ora che volasse ancora di più, perché venerdì giungesse prima possibile.
Arrivata a casa non si curò del malumore del marito che si trovava in piena agitazione. Si mise in camera a guardare la foto di Gianni e a pensare.
Era eccitata oltre ogni logica e intendeva godersi quella condizione. Dopo tante sofferenze, dopo tutte le notti insonni, dopo i lunghi e interminabili silenzi, dopo le lacrime mai asciugate, dopo l’alienazione dallo specchio e dalla cura, dopo le preoccupazioni anche per lui, dopo il suo contegno, dopo il tormento, adesso intendeva prendersi una porzione di cielo.
Sapeva che un frammento di azzurro spettava anche a lei. Non le importava di quale tonalità sarebbe stato o quanto sarebbe durato quel colore, ma non voleva perderlo. Un chiarore in mezzo a cieli grigi monolitici, un polo positivo, un sorso d’acqua fresca. Non poteva lasciar perdere, nonostante i se e i ma.
Rientrata a casa incontrò Paride.
– Venerdì c’è la cena della squadra. Lo porti tu Stefano? Chiese lui.
– No. Venerdì ho la cena della fabbrica, rispose Lucia.
– Ma come, non volevi mai andarci a queste cene e adesso? E poi lo sai che io ho le prove del teatro, affermò con una punta di risentimento.
– Adesso mi va di andarci va bene? Disse la donna alzando nettamente il tono.
– Ok, ok, ci vado io. Non ci sono problemi.
– Lo credo bene che non ci sono problemi, tanto sarai in buona compagnia un’altra volta.
– Perché? Che vuoi dire?
– Niente. Non voglio dire niente – chiosò lei – mentre sorrideva davanti alla foto di Gianni.
– Che cosa hai detto?
Intanto il marito era entrato in bagno borbottando a mezza voce e quando fu seduto sulla tazza del cesso si lasciò sfuggire una imprecazione:
– Cazzo!
Lei alzò la testa ma non si scompose. Aveva di meglio da fare.

Il giorno dopo Elena arrivò in studio presto. Il suo animo era sereno e già pregustava ulteriore felicità; aspettava solo di vedere il suo amore.
Quando entrò nella stanza notò che il suo viso di Paride non era brillantissimo, ma non si aspettava di udire parole che le avrebbero strappato via il sorriso.
– Allora ci vediamo venerdì sera alle prove? Chiese con l’intercalare di chi attende solo una conferma.
– No, cavolo, non posso, mia moglie non c’è e devo accompagnare mio figlio.
– Ah, ok. Era una bella occasione per noi. Pazienza.
– Non dirmi così ti prego.
– E come devo dirtelo?
Il resto della giornata restò piuttosto sulle sue, senza far nulla per nascondere il proprio disappunto.
Lui provò a recuperare a più riprese con pochi risultati e quando venne la sera il suo umore era scuro mentre quello della moglie era raggiante.
– Noi abbiamo già mangiato però ti ho lasciato apparecchiato e il pollo è in forno, disse Lucia.
– Perché non mi avete aspettato?
– I ragazzi avevano fame, rispose la donna mentre chiudeva la porta di camera.
Si mise a tavola in compagnia della carne fredda, della tv nera e del cellulare in stand-by, in attesa di un segno di vita che non arrivò.
Mentre consumava il triste desinare aveva molti pensieri che giravano a vuoto in una testa inconsistente.
In quello stato di apatia si mise a guardare una tela di ragno. L’aracnide aveva sistemato la trappola, sfuggita alle pulizie domestiche, tra l’angolare della credenza ed il muro. Vide l’astuta bestiola muoversi sulla sua opera e notò che era un animale piuttosto grosso e dalle fattezze insolite.
A pochi centimetri ce n’era un altro della stessa specie ma dalle dimensioni più scarse.
Entrambe le creature sembravano immobili ma poi, ad un tratto, quella minuta si mosse quasi impercettibilmente.
L’altra prese a girarle attorno minacciosamente; sembrava voler attaccare da un momento all’altro.
Nel suo abulico non pensare osservò il successivo dinamismo dell’essere più piccolo. Questo, con una repentina traslazione riuscì a sfuggire all’aggressore quindi prese ad avvolgerlo con una bava sericea micidiale.
In meno di un giro d’orologio il maggiore fu completamente coperto e si ritrovò alla mercé dell’imprevedibile carnefice.
Quel breve filmato, dal sapore solo apparentemente documentaristico alla “Discovery Channel”, lo impressionò molto, come fosse la metafora di una vicenda umana nella quale il predatore viene predato.
Ci vide molte vite ed una parte della propria. Quando si alzò da tavola per recarsi in salotto il turbamento lo seguì sul divano dove si addormentò.

La cena di fabbrica Venne il venerdì della cena di fabbrica. Lei parcheggiò vicino al supermercato di Bibbiena Stazione verso le 19,30 e si mise ad aspettare l’arrivo di Simona, una collega di reparto. Mentre attendeva si guardò nello specchietto retrovisore per controllare se quel filo di trucco era a posto. Dopo pochi minuti arrivò l’altra donna e mentre saliva nella sua vettura, ebbe timore che l’emozione che stava provando si vedesse, così, per una frazione di secondo, con un gesto involontario si coprì parzialmente il viso. Non era più abituata a valorizzare il proprio aspetto ed ancor meno a provare certe vibrazioni istintuali.
– Accidenti come stai bene! Disse l’amica.
– Grazie, anche tu sei in forma stasera. Andiamo?
L’armoniosa geometria del castello di Poppi si stagliava come un monolite contro il cielo ametista di quella limpida serata mentre si avviavano verso il ristorante di Martino.
Diversi colleghi erano già arrivati e avevano preso posto ai tavoli ma non vedeva Gianni. L’atmosfera era rilassata tra chiacchiere e risate che risuonavano nell’ampia sala ma lei, non riusciva a goderne a pieno, dato che teneva almeno un occhio verso la porta di ingresso assieme ad una buona parte della testa.
Per quanto cercasse di darsi un contegno e si dicesse che si sarebbe comunque divertita, anche se lui non fosse venuto, ben sapeva di tradire le reali aspettative che l’avevano portata lì. Voleva che Gianni arrivasse; eccome se lo voleva.
– Allora, i ragazzi li hai lasciati con il marito? Chiesero quelle sedute davanti.
– Laura è rimasta a casa mentre Stefano è andato con il padre alla cena della squadra di calcio.
– Hai fatto bene, devi prenderti più cura di te, aggiunse una ragazza mentre alzava lo sguardo per salutare chi stava arrivando alle sue spalle.
– Ciao Gianni! Ben arrivato!
Il suo cuore ebbe un sussulto violento ed a mala pena trovò la forza di voltarsi mentre l’uomo del caffè si accomodava proprio accanto a lei.
I minuti passavano lieti e veloci in quella serata carica di energia tanto che, ad un certo punto, tavoli e sedie si sollevarono fino al tetto e tutte le altre persone svanivano, mentre partiva uno swing irresistibile. Adesso non c’erano che loro a volteggiare come Fred Astaire e Rita Haiwort in “The goody George”.
Lui la lasciava e la riprendeva, le parlava con gli occhi, fino a che non uscirono dal ristorante per continuare a ballare sotto le mura del grande maniero incendiato di rosso fuoco. Portati da una leggera brezza finirono nei piani lungo l’Arno. In quei coltivi si persero in mezzo al grano maturo ed al granturco da fare, per poi unirsi nella danza amorosa dei magici insetti che brillano nelle notti d’estate.
Dopo la cena Gianni la raggiunse. Si ritrovarono in fondo all’ultimo piazzale dell’area industriale di Pianacci. Lei salì veloce nella sua auto. Il cuore le batteva a mille.
Rimasero un tempo indefinito a guardarsi senza dir nulla, evidentemente travolti dall’emozione e quando aprirono bocca lo fecero nello stesso istante:
– Come stai? Sei stata bene alla cena?
– Come stai? Sei stato bene alla cena?
A quella sovrapposizione di voci seguì una risata che contribuì molto ad allentare la tensione.
Da quel momento tutto fu più facile e presero a raccontarsi anche i momenti non esaltanti delle proprie vite.
Nella condivisione trovarono il conforto ed anche la gratificazione di ricevere attenzioni anche per la propria fisicità; un ingrediente che mancava loro ormai da troppo tempo.
Ad un tratto Gianni le prese la mano. In un primo momento lei fece una mossa per ritrarla ma poi senti che il suo calore le faceva un gran bene.
Eppure guardava in basso e non sapeva distinguere quali fossero le sue dita e quelle di lui, ma sentiva di essere a casa. Mentre provava questa sensazione meravigliosa le venne in mente la frase di un film di cui non ricordava il titolo:
“Scenderò ogni mattina dal letto; inspirerò e respirerò aria per restare in vita e lo farò fino a quando non arriverà quel giorno in cui non dovrò ricordarmi di farlo”.
Pensava che era appropriata alla sua vita e che forse poteva essere arrivato il momento di tornare a respirare naturalmente.
Quando fu a letto non riuscì a prendere sonno; riviveva in continuazione il film della serata. Il volto dell’uomo ed il suo sorriso. Le sensazioni che aveva provato di cui apprezzava ancora il sapore.
Era una fantastica insonnia d’amore.

(Fine puntata 19)

Marco Roselli, Gli Amanti di Piazza Tarlati, Fruska

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