The good husband Rinaldo andava a letto con il pigiama ed in inverno teneva anche i calzini. Generalmente leggeva il giornale ma non disdegnava qualche libro. Quello che aveva sul comodino era l’ultimo di Bruno Vespa. Qualcuno doveva pur leggerlo. Quando era ora di dormire metteva via gli occhiali dopo averli ben ripuliti con la loro salvietta e rimessi nella custodia. Spenta la luce dell’abat jour si addormentava quasi subito. Restava in posizione supina tutta la notte senza scomporsi al punto che, il talamo dalla sua parte, il mattino dopo, quasi non necessitava di essere rifatto.
Aveva il pregio di non russare e, per chi gli stava accanto, era già molto. Da tanto tempo non dava segni di vita sotto la cintura e neppure il giorno nascente provocava, nemmeno saltuariamente, indurimenti involontari del glande.
Faceva colazione mentre guardava le news e dopo aver preso il caffè salutava la moglie con un bacio sulla fronte.
Saliva sulla sua Alfa lucidissima che teneva rigorosamente in garage e alle 8.20 al massimo, era tra i primi a marcare il cartellino all’ufficio bonifiche dell’Unione.
Cominciava la propria giornata lavorativa sopra una scrivania igienizzata perchè ogni sera, prima di smontare, dava sempre una spruzzata di Chanteclair.
Aspettava dieci minuti come tempo di contatto e poi strofinava con carta assorbente come faceva per il cruscotto dell’auto.
Il suo spazio era sempre ordinato e le pratiche stavano in cartelline etichettate e non scritte a mano.
La cancelleria distinta per tipologia in adeguati raccoglitori.
Raramente faceva la pausa caffè con i colleghi; magari andava al cesso a vedere se il suo aspetto era adeguato.
Se c’era bisogno estraeva il pettine dalla tasca della giacca e si aggiustava i capelli rimettendo a posto la riga.
Quando al pomeriggio era libero aiutava i ragazzi a fare i compiti e, verso le 19.00, apparecchiava la tavola.
Del resto, lui aveva molto più tempo della moglie impegnata com’era allo studio.
Certe volte però si assentava e poteva accadere che lasciasse i figli senza nulla di pronto da mangiare. In quelle occasioni nessuno aveva idea di dove andasse, ma neppure c’era chi se lo domandava.
Nel corso del tempo Elena aveva notato qualcosa ma non ci aveva mai badato, nonostante non avesse impegni di altra natura oppure altri hobby, a parte la decorazione dei soldatini di piombo.
Dopo cena si chiudeva nello studio dove aveva tutto il necessario. Eserciti di ogni epoca; colori e pennelli speciali per l’opera. Lo faceva per piacere e per soldi.
Certi committenti pagavano fino a 60 euro per un generale prussiano o per un cannone del settecento.
Il suo lavoro era assai apprezzato nell’ambiente del collezionismo.
In famiglia tutti sapevano che la situazione economica era più che tranquilla.
I conti li teneva lui, compreso la movimentazione bancaria e neppure la moglie si dava pena, perché il suo, era un operato molto morigerato.
Non faceva sport ed era totalmente disinteressato alla moda. Portava la stessa giacca da dieci anni e quando i gomiti si erano consumati aveva fatto mettere delle toppe.
L’unica uscita notabile era verso l’automobile che teneva come una reliquia.
La domenica mattina procedeva ad una scrupolosa pulizia manuale. Non si fidava del lavaggio automatico e temeva che le spazzole la graffiassero. Prima faceva l’interno. Passava l’aspiratore fino a che riusciva a vedere un granello di polvere quindi, con prodotti specifici, lucidava la plastica in modo da renderla splendente. Poi passava all’esterno ed era tutta un’altra faccenda. Provvedeva ad una ricca insaponatura con l’apposito guanto; questa era una operazione che effettuava con molta accuratezza.
Forse non era stato così premuroso nemmeno quando faceva il bagnetto ai figli.
Quando giudicava la detersione adeguata passava al risciacquo. A quel punto non gli restava che valutare il grado di pulizia raggiunto ed asciugare con la pelle di daino. Se non era soddisfatto applicava il metodo HACCP.
La parte conclusiva riguardava i pneumatici, sui quali passava il lucidante nero. Prendeva il pennello e con la dovizia degna di un allievo di Michelangelo copriva più volte la circonferenza del battistrada.
A fine lavori l’auto rientrava al sicuro nel santuario. Quando si sentiva particolarmente agitato poteva pure coprirla con un leggero telo di cotone.
D’altra parte si sa, i garage non sono mai scevri da polveri.
Si sarebbe detto che si trattava di un uomo ineccepibile, almeno per quel che riguardava i doveri del buon padre di famiglia; nonostante le carenze affettive, nessuno avrebbe potuto puntare il dito.
O almeno questo era ciò che traspariva all’esterno, nella sfera delle pubbliche virtù.
Eppure, anche per lui, esistevano i vizi privati.
The good husband. Il demone delle slot Il marito di Elena aveva un lato oscuro. Era malato di ludopatia. Non riusciva a fermare l’impulso di giocare alle slot machine che per lui erano un’autentica ossessione. Naturalmente giocava all’insaputa dei familiari ai quali non solo taceva questa sua problematica ma rubava anche denaro.
Durante il giorno, anche se non tutti i giorni, ricavava delle ore occulte in cui – come guidato da una forza invisibile ma inesorabile – si portava al bar di Poppi.
La sua era una modalità meccanica che si ripeteva sempre uguale a se stessa, una specie di rito.
Entrava nel locale, salutava il gestore con un cenno e si portava verso la stanza delle slot tenendo il giornale sotto braccio e gli occhiali scuri anche se c’era poca luce. La zona preposta a rovinarsi era appunto un piccolo vano posto sul retro dell’esercizio prima dei servizi igienici ai quali si accedeva dopo un breve corridoio.
Ritrovo di disperati abbrutiti dalla droga a led luminosi. Teste di morto vaganti nell’inferno rutilante dei colori di paradisi inesistenti, eppure sostavano schiavi nel più fetido antro che si potesse immaginare.
Se la mangia soldi era libera iniziava subito a giocare altrimenti se ne stava dietro l’avventore e attendeva.
Esteriormente dava l’idea di essere calmo; leggeva il quotidiano e si faceva portare il caffè. Dentro di sé però era un tumulto di situazioni emotive spaventose, come solo un malefico loto è in grado di procurare. L’impossibilità di accedere alla “sua” compagna prediletta lo destabilizzava enormemente.
Il pensiero di essersela coccolata per giorni e giorni, averla carezzata tante e tante volte con monete d’oro e argento da un euro, agognare il momento in cui lei si sarebbe concessa e, dopo tutto questo amore, immaginarla tra le braccia di un altro era inaccettabile.
Il suo sistema nervoso entrava in ebollizione e la bile si accumulava nello stomaco come quando l’innamorato si accorge che l’oggetto del proprio amor malato sta flirtando con un’altra persona.
Qualche volta si era perfino azzardato a chiedere al titolare di tenergli il posto ma questi non aveva certo acconsentito. Quello era un tipo simpatico ma non si prestava certo ad assecondare le distorsioni mentali dei fantasmi. Lo Stato, fine strozzino dei propri sudditi, dispone che quegli strumenti di tortura debbano fornire una vincita dopo un numero indeterminato di giocate ed è proprio in questo che consiste il meccanismo diabolico.
Infatti è pacifico che si possa spendere una fortuna senza vincere un solo centesimo e lasciare il bottino a chi, con una sola giocata, fa il colpo grosso.
Inoltre il brillio delle immagini ha il potere di catturare l’attenzione dei neuroni e la volontà al punto tale da formare, assieme all’illusione della vincita, catene indistruttibili senza un aiuto esterno.
La sua dipendenza era così grave da oltrepassare tutti i confini immaginabili.
Talvolta la moglie notava che dal portafogli mancavano ora 20 ora 50 euro e non sapeva spiegarselo. Era anche accaduto che sparissero più o meno le stesse cifre dal portamonete dei ragazzi.
Non si trattava solo della mancanza della paghetta settimanale, il fatto diventava più vistoso quando pensavano di prendere la somma necessaria a saldare la mensa scolastica d invece bisognava chiedere a mamma.
Nonostante queste piccole, periodiche mancanze, nessuno avrebbe mai ipotizzato un furto da parte di alcuno.
Eppure quell’uomo si era macchiato di bassezze orribili come sottrarre i soldi ai figli.
Cristina:
– Mamma mi dai i soldi? Devo ricomprare la calcolatrice, si è rotta. Devo anche ricaricare il cellulare.
Elena:
– Prendi i soldi dal vostro salvadanaio.
Cristina:
– Ma non c’è niente!
Elena:
– Come sarebbe a dire? Dove li avete spesi?!
Cristina:
– Ma io non ho preso nulla!
Elena:
– Non raccontarmi bugie! Capito?!
Cristina:
– Mamma!!
Elena:
– Va bene, ma ne riparliamo, disse la madre sempre con tono deciso.
(Fine puntata 20)
Marco Roselli, Gli Amanti di Piazza Tarlati, Fruska