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venerdì, 4 Aprile 2025

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Gli Amanti di Piazza Tarlati. Puntata 24

Il Monte Sacro Preso il sentiero che parte proprio sopra la cittadella dei mistici e si inoltra nella grande cattedrale arborea si sentì ancora più in pace.
Camminava in mezzo agli immobili sacerdoti che si preparavano a salutare l’estate ed a celebrare il trionfo della caducità variopinta. Incontrava solenni Abies alba e solenghi maestosi frassini.
Più saliva verso l’apice più la sua anima pareva dismettere l’ansia tanto che quasi non fece caso al fatto che grumi di nubi nere si erano addensati oltre la sommità.
Aveva anche iniziato a spirare uno scirocco forte che sembrava portare nell’atmosfera qualcosa di maligno.
Dopo cinque minuti raffiche scaricavano pioggia fine che faceva quasi male sulla pelle.
Fu quasi sul punto di tornare sui suoi passi ma ormai vedeva lo sperone che domina la Valle Santa perciò affrettò il passo.
Si stava scatenando il finimondo. I rami degli alberi si spezzavano e i fusti oscillavano paurosamente.
Bagliori tonanti presero a esplodere molto vicino.
Quando fu sull’orlo del burrone vide una saetta incendiare un faggio a pochi metri da lui. Impressionato da quel nembo infernale si voltò per rientrare; un urlo di tempesta lo investì con una tale forza da fargli perdere l’equilibrio fino a scaraventarlo sull’orlo del precipizio.
Stava per riprendersi ma era come se le folate fossero vive ed animate dalla volontà di ucciderlo, perché scivolò di nuovo e stavolta irrimediabilmente.
Si vide perduto e nonostante l’estremo tentativo di aggrapparsi all’ultima sporgenza, l’orrore stava per compiersi.
Non seppe mai spiegarsi come accadde di ritrovarsi sano e salvo oltre la protezione. Sta di fatto che era vivo e vegeto anche se spaventato a morte.
Si alzò con le proprie gambe e dopo aver gettato ancora una volta lo sguardo nell’abisso nero prese a correre verso il convento.
Sul sentiero incontrò una strage di piante abbattute e il paesaggio prossimale si presentava come la riedizione di Tungusca dopo il passaggio del meteorite che aveva raso al suolo la Taiga.
Quando fu vicino al motorino, miracolosamente scampato al tifone, vide passare il frate con cui aveva parlato.
Si guardarono senza aprir bocca perché bastavano le espressioni ad esprimere ciò che c’era da dire.
Quando a sera fu di nuovo a casa trovò i suoi figli ad aspettarlo.
Appena lo videro gli corsero incontro per abbracciarlo. Quella notte dormì come non aveva fatto da mesi.

Elena Lo studio dove aveva trovato collocazione a Firenze era tre volte più grande di quello di Bibbiena.
Il ruolo assegnatole era di rilievo ma dopo qualche giorno si rese conto che l’ambiente non era affatto facile.
Regnava arrivismo e i dispetti tra colleghi erano l’ordinario.
Il suo capo ufficio era una donna sulla trentina niente affatto brutta.
Appena arrivata aveva subito messo in chiaro la gerarchia utilizzando l’atteggiamento tipico che regna in certi ginecei: quello della falsa amica.
Era spesso nel suo ufficio a chiedere se avesse bisogno di nulla oppure a prelevarla per offrirle il caffè. In effetti la sua era una azione tutta rivolta a studiare la nuova arrivata.
Chi era; che studi avesse fatto; quanto fosse brava, ma, soprattutto, quanto fosse affascinante e quindi una minaccia.
Le sue giornate erano faticose perché doveva adattarsi alla nuova vita in città.
Anche i suoi figli dovevano farlo ed era spesso preoccupata per questo e per il loro stato d’animo. Era consapevole di averli strappati dal loro ambiente, dalle loro amicizie e di averli messi in difficoltà, ma non c’erano alternative.
Quello che era accaduto era una cosa troppo grave che necessitava un taglio netto come quello che aveva messo in atto.
Sarebbero rimasti a Firenze per un lungo periodo nonostante le difficoltà.
Per sopravvivere alla sua mancanza si era anche cancellata da Facebook perché non voleva rischiare di vederlo sul profilo nemmeno per sbaglio. Aveva però conservato il suo numero. Quando questa cosa gli veniva in mente non sapeva spiegarsi razionalmente perché l’avesse tenuto. Forse il livello di protezione aveva un suo limite con l’impossibilità di alienarsi completamente da lui; come se un briciolo di speranza, in fondo, fosse sufficiente a dare un senso a certe solitudini. Un meccanismo assurdo, lo ammetteva a sé stessa, perché non poteva ipotizzare neppure lontanamente che in un futuro immaginario lui l’avrebbe rivoluta.
Per dare coerenza al proprio iter mentale, quando i primi tempi gli erano arrivati i suoi sms aveva evitato accuratamente perfino di aprirli.
Nonostante fosse una prova dura da sostenere lei si considerava assai resiliente.
Aveva anche chiesto e ottenuto di non avere pratiche che riguardassero la provincia di Arezzo, richiesta alla quale la direzione non aveva fatto obiezioni.
Tutti questi diversivi, tuttavia, non bastavano a dimenticarlo ma erano utili a soffrire meno.
Si iscrisse in palestra, che frequentava all’ora di pranzo, tanto per fare qualcosa oltre il lavoro.
I giorni passavano e le alberature urbane annunciavano il cambio di stagione.
Il fogliame dei platani aveva cominciato ad abbandonare il verde clorofilliano in favore dell’argentatura tipica della veste autunnale di queste specie.
Solo un occhio esperto avrebbe potuto riconoscere che certe variegature erano il sintomo della Ceratocystis fimbriata (Cancro colorato del Platano), un fungo parassita che invadeva i tessuti vascolari – anche grazie alle potature sconsiderate – condannando a lenta ma inesorabile morte gli alberi.
Non tardarono a comparire i primi tentativi di corteggiamento da parte dei maschi che popolavano gli ambienti del dovere e del piacere ma il suo stato d’animo la portava a declinare ogni invito.
La sua testa era altrove e il suo cuore ancora occupato.
Aveva sempre un gran pensiero per i ragazzi che avevano appena subito una serie di traumi.
L’aver scoperto che il proprio padre era malato e che la sua patologia li aveva rovinati; essere stati sradicati dal proprio ambiente, dalle amicizie e tutto in pochi giorni, erano situazioni dure da reggere anche per un adulto.
Sentiva così il dovere di tamponare quelle cicatrici ma anche di mitigare il suo senso di colpa che gli impediva di far vivere con meno pesantezza ai figli il cambiamento .
Tuttavia si tormentava perché la mente non si fermava mai.
“Se fossi rimasta più vicino a mio marito, alla famiglia, non sarebbe accaduto tutto questo. Di sicuro mi sarei accorta prima”.
Questi ed altri scrupoli la tenevano sveglia la notte.
Dormiva quasi sempre sola, a volte con Claudio, che pareva soffrire maggiormente la nuova fase. Cristina le era sempre apparsa più forte e meno sensibile alle avversità, tanto da non essersi accorta neppure del suo eccessivo dimagrimento.
“Anche io alla sua età ho avuto l’ossessione di essere grassa, ma gli passerà, è solo questione di tempo” aveva pensato.
E così passavano i giorni e le settimane. Da lunedì a venerdì. Da sabato a domenica e di nuovo lunedì.

Un ritorno Venne l’autunno e l’inizio dell’inverno astronomico che, quell’anno, sembrava voler coincidere con quello meteorologico visto che, già in novembre, le temperature erano insolitamente basse.
Quel giorno il cielo era grigio e nonostante Paride cercasse le sfumature di colore nelle nebbie verso il Pratomagno, non riusciva a trovarle.
Stava guidando verso Poppi ed era con la testa che fluttuava dappertutto quando la vide.
Alla rotonda dell’Eurospin stava per imboccare sulla destra, mentre lei arrivava dalla parte opposta.
Entrambi impegnati nella guida egli stava anche rovistando nel cruscotto; quando rialzò la testa per affrontare la rotatoria i loro occhi si incontrarono.
In un miliardesimo di secondo tutti i pensieri e le metodologie applicate per dimenticare il dolore evaporarono.
Tutti i giorni passati ad esercitarsi per mantenere una dieta sana della mente vennero azzerati; quell’occhiata era bastata a riportare indietro il tempo dei sentimenti.
Il traffico li aveva inghiottiti ma entrambi provarono a voltarsi e a guardare nello specchietto.
I loro cuori battevano come dei tamburi e l’improvvisa agitazione aveva provocato sudorazione involontaria.
Lei prese il cellulare e lui fece altrettanto ma non c’era niente e la qual cosa contribuì a riportarli a terra almeno un poco.
Ma oramai le navicelle psichiche erano partite per lo spazio oltre il sistema solare. Queste erano già oltre Alpha Centauri e si stavano rincorrendo a velocità superiori a quella della luce.
Tutte le teorie più evolute, compresa quella della relatività, erano state frantumate da quell’incontro visivo. Prova di ciò risiedeva nel fatto che il tempo si era invertito procedendo dal futuro al passato, dove gli effetti anticipano le cause generanti.
Quei muscoli cardiaci avevano pulsato tanto freneticamente che quando avevano osservato gli orologi avevano visto le lancette retrogradare così come il datario. Le immagini erano tornate prepotentemente a scene amorose vissute ed emozioni vere; il dado ormai era tratto.
La sera la trascorse a guardare il telefono che restò muto ed anche la notte seguente non riuscì a dormire dall’emozione.
Neppure la donna aveva immaginato l’effetto di quel flash che adesso persisteva nella sua mente, tuttavia, si era ben guardata da usare il cellulare.
Lei era tornata da Firenze e stava a casa dei suoi per trascorrere con loro alcuni giorni di vacanza; erano passati diversi mesi dall’ultima volta che li aveva visti.
Il sabato mattina seguente fu necessario rifornire la dispensa. Al supermercato del centro commerciale “Il Palazzetto”, c’era una gran folla e, fin dalle prime ore, trovare un buco per parcheggiare risultava una vera impresa. Lui si trovava con il carrello in mezzo alla scaffalature dei detersivi; lei, tra quelle dei biscotti e dei prodotti in scatolette.
Per una buona mezz’ora, dentro la gremita giostra del commercio non si videro poi, lei lo inquadrò mentre si inoltrava nel mare della carta igienica.
Il suo fiato ebbe un piccolo mancamento e continuò a girare molto alla larga facendo finta di nulla ma operando in modo che prima o dopo la vedesse.
Quando ciò accadde lui compì le stesse manovre.
Continuò a fare i propri acquisti prendendo però a fare circumnavigazioni sempre meno casuali.
Mentre poco prima passava da isola a isola seguendo rotte solo apparentemente predefinite (in realtà al supermercato si naviga trascinati da correnti) pian piano queste divennero sempre più mirate.
Lei stava veleggiando verso l’arcipelago dell’acqua minerale quando lui decise di salpare da quello del finto olio extra vergine in offerta scontatissima, per cercare di incrociare il suo brigantino a quattro ruotine.
Durante il tragitto dovette affrontare altri natanti metallici con i quali rischiò di scontrarsi diverse volte, ma era un marinaio esperto, così, quando lei uscì dal promontorio dei pannolini i due velieri erano ormai in piena vista.
Benché le onde fossero ancora grosse e la battaglia dei carrelli infuriasse per accaparrarsi l’ultima bottiglia di spumante al 50%, il Jack Sparrow della spesa si fece coraggio fino a bordeggiare la sua Perla Nera.
– Ciao, che piacere vederti, come stai? Come mai a Bibbiena?
– Tutto bene. Sono venuta a trovare i miei.
Navi alla fonda vicino al molo dei surgelati gli equipaggi fraternizzarono per almeno una ventina di minuti, poi, era quasi ora di chiusura, si salutarono.
– Senti, ma se ci rivedessimo uno di questi giorni?
– Non lo so. è passato tanto di quel tempo, non saprei, rispose la donna.
– Va bene. Sono stato comunque contento di averti trovato e di sapere che stai bene.
– Ha fatto piacere anche a me.
A quel punto tutte le navi tornarono nella rastrelliera – porto sicuro di ogni spesa quotidiana.

(Fine puntata 24)

Marco Roselli, Gli Amanti di Piazza Tarlati, Fruska

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