Il senso della neve Quell’inizio di inverno aveva accolto neve precoce in Casentino, così come non se ne vedeva da anni.
Il versante del Pratomagno era bianco fin sotto Quota, mentre sul Falterona, una coltre di quasi venti centimetri arrivava a lambire Lonnano.
Camaldoli e l’Eremo ostentavano il fascino solenne di cui sono capaci quando indossano il candido vestito nel quale i frati confondono le loro tonache. Badia Prataglia sonnecchiava in quelle giornate sempre più corte, preoccupandosi solo di far sbuffare i comignoli.
La ciclabile lungo l’Archiano era una lunga pista nella quale le persone non avevano mai smesso di cimentarsi e c’era stato perfino chi c’era passato con gli sci da fondo.
Quello sport piaceva anche a lui così, la mattina dell’Immacolata, decise di salire su quei solchi con i propri vecchi Rossignol che non usava da tanto tempo.
Il cielo era terso e le acque rubeste del fiume evaporavano nell’aria più gelida sotto i raggi del primo sole. Appena partito aveva cominciato subito a mulinare gambe e braccia per vincere il freddo pungente tuttavia, dopo poche decine di metri, non essendo allenato, aveva cominciato a sbuffare vapore di diaframma, formando così una densa nuvola davanti alla bocca.
Sopportando la fatica era riuscito ad arrivare a Camprena dove si era imbattuto in un paio di podisti che lo avevano guardato da capo a piedi. Quando fu nei campi verso Soci vide in lontananza una figura femminile che procedeva verso di lui.
In un primo momento non la riconobbe per via degli occhiali appannati però, dopo qualche altra spinta a passo pattinato, si accorse che era lei.
Anche la donna lo aveva riconosciuto nonostante il vestiario e, quando gli ex amanti si trovarono a una decina di metri, accadde l’inevitabile.
Lei prese a correre e l’uomo buttò via i bastoncini un istante prima di abbracciarsi. L’impeto li fece cadere dentro il granturco alto che il fato aveva voluto non fosse ancora stato raccolto.
Le loro labbra scavarono dentro il pesante abbigliamento invernale e non la finivano più di baciarsi. La foga gli permise di spogliarsi quel tanto che bastava per perdersi nella carne calda arroventata e fumante, ignara della temperatura glaciale.
Le pannocchie cadevano sulla sua schiena, ormai coperta delle grosse foglie secche della coltura, mentre lui godeva dopo di lei.
Infine restarono sdraiati senza dir nulla, protetti dalla cortina cerealicola che li proteggeva dalla vista dei passanti.
Quando lui riprese a sciare lei era già sulla via di casa. Si erano anche augurati un felice Natale.
Frutto invernale L’aria era torrida anche ai mille metri sul passo della Consuma e, nella sua condizione, soffriva il caldo oltre il dovuto.
Non aveva acceso l’aria condizionata pensando che sudata com’era non le avrebbe fatto bene in gravidanza.
Al settimo mese aveva un bel pancione e faceva fatica pure a guidare.
Tutti gli esami ed i controlli li aveva svolti a Firenze continuando a lavorare normalmente poi però aveva deciso di vivere l’ultima parte della gestazione vicino ai genitori.
Gli sembrava una soluzione saggia anche perché i ragazzi avevano le vacanze estive ormai imminenti.
Una volta partorito, mancavano ancora un paio di mesi, avrebbe visto il da farsi.
Si sentiva tranquilla, anche perché i suoi figli avevano accettato il nasciuturo, dando prova di grande maturità.
Loro sapevano che non era un fratello carnale ma avevano compreso quanto fosse grande il valore della vita e proprio per questo si erano messi a disposizione.
A casa sua, con il supporto della madre si sentì subito protetta e sicura anche rispetto alle sue necessità di puerpera.
In effetti si era accorta che da circa una quindicina di giorni anche le normali attività quotidiane erano più pesanti ma tutti i responsi ginecologici erano nella norma e non aveva preoccupazioni di sorta.
Il bambino però appariva piuttosto grosso e molto avanti nello sviluppo rispetto alla ventottesima settimana; in questo si spiegava l’affaticamento.
Non avendo ricevuto prescrizioni comportamentali non si era data alcuna limitazione motoria; solo stava attenta a non trasportare pesi eccessivi.
Piuttosto, cercava di stare in casa il più possibile per uscire solo nelle ore più fresche del mattino o della sera.
Se aveva bisogno Cristina e Claudio provvedevano a fare il necessario.
Lui aveva notato l’auto parcheggiata ma dopo tutti quei mesi senza alcuna notizia non aveva neppure osato pensare di contattarla.
Tra i tanti pensieri che gli erano passati per la testa c’era anche l’eventualità che avesse un altro. Del resto, nonostante tutto l’amore che poteva ancora provare, il fatto che si fosse accompagnata a qualcuno rientrava assolutamente nell’ordine delle cose.
“La solitudine è una brutta bestia e sono due ragazzi a cui manca un padre” pensava.
Tanta comprensione umana sorgeva spontaneamente nel suo inconscio, soprattutto nelle notti insonni, ma non era comunque facile da gestire.
Paride voleva bene ai figli di lei come ai propri, tuttavia, i rigurgiti emotivi si comportavano come un geyser islandese imprevedibile e inarrestabile. Quando si figurava la donna che considerava sua nelle braccia di un altro, la sua mente vacillava e doveva assolutamente cercare di guardare altrove.
Era una battaglia quotidiana combattuta nella trincea dei sentimenti.
L’anticiclone africano stendeva la sua pelliccia soffocante sul cielo casentinese e non accennava ad allentare la sua morsa. Le giornate trascorrevano goffe ed impacciate così come le persone, che sembravano inabili al seppur minimo dinamismo, anche perché, per molte ore, non spirava una brezza.
I media raccomandavano di stare al riparo e limitare le attività nelle ore centrali per via dei 38-40 gradi che si presentavano già alle 11.00 del mattino.
Quel giorno suo padre aveva fatto la spesa lasciandola in fondo alle scale per farla portare dal nipote. Elena era uscita per delle commissioni che si erano protratte oltre il previsto. Quando rientrò era molto accaldata e sentiva i due cuori palpitare forte. Pensò subito che non fosse un bel segno perché quello del piccolo era sempre stato sincrono e impercettibile, tuttavia, si guardò bene da farci troppo caso.
Era rimasta solo una cassa d’acqua. La guardò per un istante e con un gesto veloce la sollevò di peso.
I primi dieci gradini filarono via tranquilli ma all’undicesimo successe l’irreparabile.
Una fitta feroce la ghermì accompagnata da una contrazione violenta alla quale non riuscì a porre resistenza. Oltre al dolore comparve subito sudore gelato e tremito incontrollabile.
Le sue lampadine si spensero.
L’ambulanza volava verso Arezzo con le sirene che sembravano mille demoni appena scatenati dagli inferi. Accanto a lei c’era Claudio che era arrivato sul pianerottolo 30 secondi dopo il suo collasso. Il suo volto era vitreo e la madre lo vedeva ma, pur essendo vigile, non riusciva a parlare.
Il medico del 118 che controllava i valori si prodigava a rassicurare i presenti, dicendo che tutto sarebbe andato bene.
Ma il diavolo quando addenta una preda non la molla fino a che non la vede tra i suoi. All’altezza del passaggio a livello di Santa Mama un tir davanti sbandò con tutto il suo carico travolgendo un furgone che arrivava in senso contrario.
Le auto dietro non poterono evitarlo così come quelle che urtarono il mezzo d’emergenza. Una serie di carambole tremende sconvolsero la strettoia che non sarebbe dovuta più esistere da mesi, andando a incagliare le lamiere in una morsa terribile.
L’autista provò a liberarsi subito da quel groviglio metallico ma senza fortuna. A quel punto iniziò ad imprecare come un ossesso.
L’infermiere balzò fuori dal posto del passeggero per andare ad aiutare gli altri ma, quando aprì il portellone, si trovò dinanzi al più peggiore degli incubi. La donna era svenuta e quasi sbarellata. Il medico sanguinava copiosamente dalla fronte ed anche l’altro ausiliario non se la passava bene.
– Ossigeno! ossigeno! Forza ossigeno! Gridava il dottore mentre prendeva il battito.
– Mamma! Mamma!!! Mamma!!! Piangeva disperato il figlio pregando che la salvassero.
– Mamma!!! Mamma ti prego!!!
Carabinieri e polizia correvano assieme ai vigili del fuoco. Il Pegaso era in arrivo.
Dieci anni dopo Era una bella mattina di primavera in piazza Tarlati. La sera prima aveva piovuto e le lastre di pietra finivano di asciugarsi, mentre il fondovalle era coperto da un mare di nebbia da cui sbucavano solo i profili del castello di Poppi e di Romena.
Quando Paride passò davanti alla piadineria, Elena era dentro la saletta del Podestà.
I suoi capelli non erano più neri ma i suoi occhi azzurri catturavano ancora la luce e poteva apprezzarlo nel riflesso della vetrata.
Non lo vide subito perché gli offriva parzialmente le spalle.
Lei era sempre una bella donna e il suo cuore se ne accorse, quasi come allora.
Il ragazzino che gli sedeva accanto aveva le figurine Panini dei calciatori.
A un certo punto Paride lo osservò con più attenzione e ci mancò poco che il suo petto non esplodesse travolto dall’emozione, tanto che, le sue guance si coprirono di lacrime.
Il giovane, come se avesse “sentito” che qualcuno lo stava osservando, alzò la testa e lo guardò a sua volta sorridendo.
Anche i suoi occhi erano blu, come il cielo che finiva di aprirsi sopra Bibbiena.
Epilogo Una sera che aveva fatto tardi al lavoro ebbe voglia di una birra.
Mentre Stefano finiva di riempirgli il bicchiere chiese a Paride come si sentisse:
– Dicono che hai fatto molta strada.
– Così pare.
– E ne è valsa la pena? La rifaresti?
– Eh? E chi lo sa…
Finito di bere uscirono entrambi. Franca chiuse la porta ed anche le imposte, poi si avviò anche lei verso casa, mentre un’altra notte scendeva sulla piazza del Tarlati.
(Puntata 25 – FINE)
Marco Roselli, Gli Amanti di Piazza Tarlati, Fruska