Copenaghen (seconda parte) Il viaggio aereo fu tranquillo. Quando portarono da mangiare lei consumò sia la propria porzione che quella di lui, che continuava ad essere inquieto.
Il pomeriggio stava per finire per cui ci fu appena il tempo di arrivare all’albergo.
Lo ‘Scandinavia’ stava in Amager blv, nel quartiere di Cristianshavn, appena fuori dal centro.
In poche centinaia di metri avrebbero potuto godere sia della tranquillità dei quartieri esterni che del fascino della zona storica.
Mentre il taxi traversava la città la moglie stava con gli occhi persi ad ammirare il panorama:
– Che bello tesoro, guarda che meraviglia.
– Si, davvero, rispose.
Lei non si accorse dell’espressione del marito che non era proprio assimilabile alla propria.
Questa non cambiò neppure quando attraversarono il Langebro, sopra il mare gelato, che è uno spettacolo solo immaginarlo.
– Siamo stanchi, ma facciamo due passi verso il centro dopo cena?
– Io sarei cotto. Magari vai tu?
Il suo sguardo fu sufficiente a fargli capire quanto fosse stata idiota quella risposta; lui se ne accorse, perciò tentò di riparare:
– Dai, una mezz’ora, nei dintorni.
Sistemati in camera e rinfrescati scesero al ristorante.
– Mi sono dimenticato le pastiglie per lo stomaco. Vado a prenderle un secondo.
– Ma le puoi prendere anche dopo. Tanto risaliamo prima di uscire.
La lasciò sul posto.
Con le meningi elettrificate e le mani tremanti mandò un messaggio WhatsApp:
Amore sono arrivato, tutto a posto. ✓
Poi un altro:
Ti prego, rispondimi. ✓
Rimase a saltellare per la stanza. Un minuto. Agitazione. Tre minuti.
Scrisse ancora:
Mi sta aspettando di sotto. ✓
Cinque minuti. Fibrillazione.
“Andiamo rispondimi” pensò agitato. Sei minuti. (primo 6 della serie diabolica).
– Ma che fine avevi fatto? Chiese Lucia quando lo rivide.
– Eh, non le trovavo, poi sono andato al bagno.
La moglie non aveva avuto il braccino corto nel fare il regalo. L’albergo, che ricordava lo stile barocco rivisitato in chiave moderna, era davvero di prim’ordine. La cena venne servita in un ampio salone dalle pareti color panna, abbellite da sculture in alto rilievo, di un tono cromatico leggermente più scuro. Lampadari di cristallo offrivano una luce diffusa non eccessiva, che accendeva la grande vetrata affacciata sull’Inderhavn. Piacevole musica in sotto fondo e buon cibo contribuivano a sciogliere gli animi dei coniugi; la moglie sorrise e lui lo stesso.
Finita la cena, usciti a passeggio, l’aria fredda non era un fastidio perché il cielo era limpido e senza umidità. Lei lo prese sotto braccio, lui lasciò fare. Il giro per il centro si prolungò oltre quello che aveva immaginato. Fecero la Torvegade quindi, traversarono di nuovo il mare sul Knippelsbro per arrivare in Kongens Nytorv, il cuore pulsante della città.
Le luci natalizie di ogni colore, aggiunte a quelle proprie del centro storico, una spruzzata di neve e le fontane gelate, rendevano l’atmosfera calda per qualsiasi cuore, anche il più ghiacciato. Mentre parlavano piacevolmente, gli sbuffi che uscivano dalle loro bocche si mescolavano ed erano l’unica porzione d’aria sopra lo zero che potevano apprezzare; chissà quanto tempo era che non si guardavano in faccia.
Si presero pure una sacher e un caffè d’orzo.
Quando rientrarono in camera, una volta uscita dalla toilette, la moglie si accorse che lui stava già dormendo, perciò, depose ogni velleità carnale e spense la luce.
Verso le 3.00 l’uomo spalancò gli occhi. Come richiamato da quel filo d’ansia che prende origine da quella zona del cervello posta in basso a destra nella zona occipitale, si svegliò inquieto e prese il cellulare.
Questo non recava nulla di nuovo se non altra angoscia.
Dopo due ore di veglia infruttuosa, verso le 5.00, si accorse di avere una poderosa erezione mattutina: “sarà stato il pesce del Baltico”, pensò.
Allora si mise in tuta e scarpe da jogging.
Lasciò un biglietto: “sono andato a correre”.
Fuori c’erano otto gradi sotto zero ma, a parte la schiavitù del telefono, non poté non ammirare quello spettacolo. L’alba era ancora da farsi ma un bagliore cremisi diffondeva sui palazzi per fondersi con il cobalto del cielo ed il ghiaccio del canale. I cristalli, inizialmente opachi, all’avanzare del chiaro iniziarono a scintillare di giallo oro contagiandosi l’un l’altro, fino a che, zone sempre più grandi non furono accese da luce vera.
Fece il giro di Christiania e rientrò in albergo verso le 6.30, senza aver riguardato il telefono.
“Lui” non si era affatto abbassato. Lei dormiva ancora. Decise che era meglio farsi una doccia fredda prima di scendere per la colazione.
(Fine puntata 7)
Marco Roselli, Gli Amanti di Piazza Tarlati, Fruska