Copenaghen (terza parte) – 26/12 Statens museum for Kunst
– Buongiorno.
– Buongiorno. Ma che hai fatto stamattina? Ti ho sentito muovere, disse Lucia.
– Sono uscito per fare una passeggiata, non avevo sonno, rispose Paride.
– Capito. Magari potevo venire se mi chiamavi.
– L’ho fatto per non disturbarti, ehm, che facciamo oggi?
– Possiamo fare un giro in centro e poi visitare la National Gallery (Statens museum for Kunst). Dicono che è molto bella.
– Si, va bene, rispose abbozzando un sorriso.
Uscirono che era ancora presto, ma le vie erano già un fermento di gente. Decisero di farsela a piedi.
Da Amager blv raggiunsero H.C. Andersen blv ed il Radus. L’ampia piazza del municipio aveva ancora il lastricato coperto da una patina di ghiaccio, specialmente nelle zone ancora in ombra.
Il sole si era levato ma, in quella stagione, restava sempre basso sulla linea dell’orizzonte. Talvolta, in certi luoghi, non riusciva a superare i palazzi più alti.
Camminavano a passo svelto, anche per via del freddo. Imbacuccati, si vedevano solo gli occhi che si incontravano poco.
Raggiunta la Solvgade furono davanti al museo. Un edificio storico collegato ad una struttura moderna era un’attrazione tutta da ammirare, così come il parco botanico retrostante.
Lui non aveva riguardato il cellulare. Lei lo osservava. Aveva ben capito che qualcosa non andava, ma non aveva intenzione di parlarne.
Almeno non durante quella mini vacanza che aveva tanto voluto.
Una volta entrati iniziarono la navigazione per le sale. Entrambi erano sensibili al fascino dell’arte e il contesto fece il proprio effetto. Fiamminghi, Italiani, Scandinavi e molte altre opere, emanavano una tale bellezza che neppure l’individuo più svagato poteva non restarne colpito.
Eppure l’uomo covava dentro il martirio di controllare se c’era qualche messaggio. Infatti, dopo una mezz’ora, non ce la fece più ad arginare il tormento e disse che doveva andare in bagno.
Gli restava ancora un poco di sale nella zucca perché attese di essere dentro i servizi prima di tirare fuori il telefonino. Purtroppo per lui, però, non portava nuove così rientrò in galleria.
Non vedendo più la moglie cominciò a girellare senza una direzione precisa. Ad un certo punto, inaspettatamente, sentì la vibrazione. Ebbe un tuffo al cuore. Era lei. Con l’emozione del ritorno alla vita lesse il messaggio:
“Ciao. Come stai?”
Quelle tre parole furono sufficienti a pompare sangue ossigenato al cervello, che divenne leggero come un palloncino pieno di elio.
Cominciò a rispondere con le mani tremanti:
“Amore mio. Quanto mi sei mancata e quanto ti amo. Come stai?”
In quella tempesta emotiva non vedeva altro che l’oggetto della propria passione. Il suo volto che lo guardava con desiderio. Era come se l’avesse davanti.
Ogni sua cellula riattivata dopo un lungo stand-by.
Gli occhi gli erano caduti dentro quel messaggio allo stesso modo della coscienza ed ogni altra sua essenza. L’estasi era tornata prepotente, sconvolgendo ogni rapporto con lo stato delle cose e la realtà.
E fu in quella condizione che non si accorse di essere in piena vista.
Finito sulla passerella sopraelevata di collegamento tra la parte vecchia e quella nuova – dietro la vetrata – era come se avesse un cartello con su scritto “IO SONO QUI E STO LEGGENDO UN MESSAGGIO DELLA MIA AMANTE”.
La legittima consorte era al piano terreno e lo stava guardando.
Non essendo presente a se stesso, non poteva vederla, mentre i suoi modi erano così palesi.
Era lampante la sua espressione di felicità, luminosa come una luce al neon, che non ricordava da giorni.
Poi alzò lo sguardo ed incrociò quello di lei. Il suo viso divenne di fiamma perché sentì il calore sulle guance.
Fece un cenno con la mano e prese a camminare svelto. Quando fu sceso da basso lei stava guadagnando l’uscita.
– Scusa. Ma dove stai andando? Non abbiamo finito il giro!
Lei dissimulò.
– Avevo l’impressione ti annoiassi. Ti avrei aspettato fuori.
– Ma che dici! Mi piace tantissimo. Davvero. Rientriamo?
Attese un istante prima di rispondere. Con tutta la buona volontà del mondo non ce la fece a non chiedere:
– Chi era al telefono?
– Un collega. Mi ha scritto che il progetto, sai quello che ti avevo detto che scadeva? Tutto apposto.
– Ah. Bene.
Rientrarono. Lui la prese sotto braccio e si diressero verso il caffè del museo.
Davanti ad una fetta di torta gli umori si addolcirono ed anche la tensione si sciolse.
Era passata la mezza così decisero di completare la visita.
Dovevano vedere ancora alcune sale. Tra queste, quella con le opere di Munch. Davanti a “lavoratori che tornano a casa” rimasero diversi minuti.
Gli occhi vuoti di quegli uomini, operai a fine turno, parevano fissarli realmente.
Egli sentì un brivido lungo la schiena.
– Che cos’hai?
– Nulla. Solo un poco di dolore. Sarà stata l’umidità.
Intanto, oltre la grande parete di cristallo della parte moderna, nell’area verde, suffruticose sempreverdi e spoglianti si erano accese.
Rubando i colori di un lungo tramonto già in atto, avevano indossato magenta e porpora.
La macchia di Cornus alba attorno al laghetto era un braciere di rami ardenti.
Dopo un’ora i vetri esplosero, inondati dalle fiamme provenienti da ovest che, quasi con violenza, bruciavano il cielo algido sopra la città.
Perché così è il nord. Un mondo freddo pieno di calore.
(Fine puntata 8)
Marco Roselli, Gli Amanti di Piazza Tarlati, Fruska