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venerdì, 4 Aprile 2025

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Il talento e i suoi inganni

di Denise Pantuso – Nella contemporaneità assistiamo ad un utilizzo superficiale e sommario di alcune parole nonostante queste abbiano un peso nel far parlare di sé e degli altri. Una di queste parole è talento. Sono ormai anni che famiglie, insegnanti e non ultimo le aziende sono orientate dall’individuare un possibile dono, una spiccata capacità che possano orientare le scelte di vita di figli, studenti e lavoratori.

La credenza prevalente è quella che l’essere umano possieda in maniera innata una particolare dote che necessita di essere individuata e rafforzata. I ricercatori nel campo della psicologia individuale allo stato attuale disconfermano che ci sia una origine innata del talento, sottolineano piuttosto che l’emergere o meno dei talenti è spesso associato a questa falsa credenza e ad una particolare attitudine rinunciataria delle persone. Diventare molto bravi in qualcosa, finanche numeri uno non è un successo da attribuire a qualche gene o a qualche fortuna.

Credere questo porta ogni essere umano a non considerare la passione che ha per una certa disciplina, sport o lavoro. Infatti capita molto spesso di sentire giovani adulti o adolescenti che siccome non riescono ad ottenere i risultati attesi ad esami, sport o prove di qualsiasi natura ritengano che non sono portati a fare quella cosa e che altri invece ci riescono perché la natura gli ha dato qualcosa in più. In realtà ciò che a monte ha generato questa credenza è la tendenza al disimpegno, una sorta di insofferenza alla fatica necessaria per ottenere risultati.

Mi è capitato di ascoltare studenti che si sentivano in difficoltà e in ansia nel sostenere gli esami o interrogazioni orali, difficoltà non tanto sostenuta come anni indietro dal timore del professore e quindi dalla sua autorità sul sapere quanto piuttosto dal fatto che leggere un testo, riassumerlo nella propria mente e saperlo ripetere a parole era un processo altamente frustrante che faceva pensare di sé di avere problemi di apprendimento e quindi di non saper sostenere l’esame orale. Leggo, mi faccio mentalmente il riassunto, ma non lo so ridire subito, quindi non sono capace.

L’idea del dono innato porta quindi a valutazioni e decisioni frettolose, impedisce la capacità di riflettere su di sé e sugli eventi, è accompagnata da un timore eccessivo di sbagliare ed è altamente demotivante verso cose che appassionano. Coloro che credono alla presenza del talento innato hanno inoltre una bassa soglia alla frustrazione, al disagio emotivo che un fallimento può generare.

Credere al talento innato inoltre procura una certa ipervalutazione o svalutazione delle abilità. Piuttosto che cercare di capire come apprendere e far emergere delle abilità si presenta un pensiero “tutto o niente” ovvero o sono capace subito o vuol dire che non sono capace. Niente di più falso.

I numeri uno sono spesso persone che hanno dedicato molto tempo alla comprensione delle strategie migliori per poter arrivare a realizzare ciò che desiderano. Il talento è un processo complesso di apprendimento che prende forza non tanto dalle abilità ma dal desiderio. È il motore interno, il valore che ha per ciascuno quella determinata attività che fa di quella persona una persona capace. È la disponibilità a conoscere ancora ed ancora, a non saziarsi mai del già ottenuto o del già saputo che fa di uno sportivo, di un lavoratore, di un ricercatore un buon professionista.

È ciò che anticamente si chiamava “imparare un mestiere” che ci rende talentuosi, laddove per imparare un mestiere si intende la capacità di mettere insieme il sapere, il saper fare e il saper essere. Il talento è l’effetto di un impegno conoscitivo, operativo e di attitudine psichica al raggiungimento del proprio desiderio. Nel talento non c’è spontaneità, naturalezza né tantomeno assenza di difficoltà.

Dott.ssa Denise Pantuso Psicologa e psicoterapeuta individuo, coppia e famiglia www.denisepantuso.it – tel. 393.4079178

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