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giovedì, 3 Aprile 2025

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Il teatro si può insegnare?

di Sefora Giovannetti – Ci sono varie opinioni a riguardo, il  concetto di scuola di teatro nasce nel ‘900, ma già da fine ‘800 emergono le prime domande su come fosse possibile lavorare sulla gestualità degli attori. Oggi le scuole di teatro sono una bella occasione per intraprendere un percorso di laboratorio di tipo trasformativo. In generale dietro a ogni grande attore esiste sempre un iter di studi, anche se ci sono dei talenti che non hanno avuto bisogno di andare a scuola, perché non riuscivano a stare dentro al quadro di una normale didattica teatrale. Comunque negli ultimi anni si sono sviluppate notevolmente le scuole di professionalizzazione che riescono a dare agli allievi degli strumenti di tecnica teatrale e un bagaglio di competenze utili alla loro carriera.

Alessandra Aricò si occupa di teatro e teatrodanza. Con la Compagnia Nata è interprete, regista e autrice e conduce la Scuola di teatro e il corso di lettura espressiva A Viva Voce presso il teatro Dovizi di Bibbiena, oltre a laboratori formativi e corsi nelle scuole. Ha lavorato come voce recitante solista al Maggio Musicale Fiorentino, come assistente alla regia di Gabriele Lavia al Teatro la Pergola di Firenze, come regista al Teatro Metastasio di Prato, come interprete al Teatro Romano di Fiesole, Estate Fiesolana. Ha insegnato danza contemporanea e teatrodanza per 22 anni a Firenze e creato spettacoli e performances. A lei abbiamo proposto questa intervista.

Quali sono le caratteristiche di un buon insegnante di teatro? «Da subito dobbiamo fare una distinzione tra l’attore e l’insegnante di teatro, le due figure non è detto che coincidano. Esistono grandi maestri che non necessariamente hanno avuto lunghe carriere sul palco. Chi conduce laboratori teatrali ha necessità di competenze specifiche che non è detto si acquisiscano soltanto calcando le scene. Una cosa è saper fare, altra cosa è far fare qualcosa a qualcun altro, il focus si sposta da se stessi a chi abbiamo di fronte, cioè l’allievo. L’insegnante, come in qualsiasi disciplina, deve unire varie competenze: quelle di leadership, coaching, mentoring, deve interpretare le sfumature di varie figure a seconda dei momenti».

Chi è il suo mentore, il suo punto di riferimento nell’insegnamento del teatro? «Il mio percorso si sviluppa attraverso la lettura di testi, c’è un editoria teatrale che riguarda la formazione, dove si trovano i racconti di importanti maestri, le loro esperienze e molti esercizi.  Non sono grata ad un unico insegnante, ma a tutti quelli che ho incontrato nella mia carriera. Ho appreso molto anche dai miei colleghi, da tutti coloro i quali ho visto sul palco. Aver frequentato come spettatrice, per una decina di volte, il festival di Avignone lo considero una parte integrante della mia formazione. Questo festival mi è stato maestro, mi ha mostrato una varietà incredibile di spettacoli da tutte le parti del mondo. É stato di grande ispirazione l’incontro con Julie Anne Stanzak del Wuppertal Tanztheater, che pur avendo un livello tecnico eccezionale, manteneva un incredibile attenzione nei confronti delle persone. In ultimo non vorrei dimenticare i miei più cari maestri, i miei allievi».

Quale tematica ama particolarmente affrontare nelle sue lezioni? «La risposta possono darla i miei allievi. Nella mia didattica alcune cose rimangono costanti, altre variano. Il percorso che propongo deve avere elementi di familiarità e altri di scoperta. Non voglio proporre delle routine che si irrigidiscono su se stesse. Forse dovessi individuare un elemento costante è quello di far muovere le persone poiché ho un background di teatro danza».

Che cosa entusiasma maggiormente i suoi ragazzi?  «I ragazzi di solito apprezzano l’elemento di gioco. A volte accade anche che l’entusiasmo nasca da qualcosa di inaspettato. Ci sono ragazzi che iniziano il percorso temendo di fare alcune attività e poi, riuscendo a superare le loro paure, si entusiasmano moltissimo».

Può il teatro aiutare i ragazzi anche nello studio delle materie curricolari? «La questione della ricaduta delle attività teatrali è un aspetto assai delicato. Da una parte ci sono pezze d’appoggio scientifiche che evidenziano il miglioramento cognitivo, ma anche le competenze sociali, quelle linguistiche ed espressive nonché la gestione delle emozioni di chi frequenta il teatro, ma la questione sta nel non far diventare il teatro un mero strumento a servizio delle materie. Il teatro, a mio avviso, non può essere usato in modo troppo strumentale».

Qual è lo spettacolo che le ha dato maggiore soddisfazione? «Sono affezionata a tutti, ma forse il migliore spettacolo è sempre quello a cui sono in procinto di lavorare».

(Scuola Società sognando futuri possibili è una rubrica di Sefora Giovannetti e Mauro Meschini)

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