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sabato, 5 Aprile 2025

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La terra e il pane

di Mauro Meschini – La guerra in Ucraina, come le troppe che sono in corso e le tante che l’hanno preceduta, oltre a portare morte e sofferenze apre le porte a ulteriori calamità. Tra queste, i rischi per l’approvvigionamento alimentare di molte zone del Pianeta sembrano sempre più emergere come particolarmente allarmanti. Anche l’Italia non sembra sia esente da problemi da questo punto di vista, ci siamo scoperti dipendenti, anche per beni di primaria necessità, tanto che il solo parlarne ha già fatto lievitare i prezzi di tanti prodotti offrendo un assaggio di quello che di ancora più preoccupante potrebbe accadere.

Eravamo un Paese agricolo, siamo riusciti a rendere il lavoro in agricoltura insostenibile e sempre meno in grado di garantire una vita dignitosa a chi, con fatica e sapienza, avrebbe certamente scelto di continuare a farlo. In tanti dalla fine della Seconda Guerra Mondiale sono scappati dalle campagne, adesso paghiamo le conseguenze di scelte sbagliate e di scarsa attenzione per un territorio in cui sono evidenti i segni dell’abbandono e dell’incuria.
Fare agricoltura oggi continua a non essere facile, ma forse questa drammatica guerra, la crisi che sempre più l’accompagna, potrebbero, almeno, far comprendere quanto importante è avere cura del proprio ambiente, quanto vitale è avere produzioni, genuine e di qualità, in grado di garantire le necessità alimentari del proprio Paese.

Sono molti gli interventi che sarebbero necessari per dare il giusto sostegno a chi lavora in agricoltura e per andare a recuperare le tante aree abbandonate su cui, da tempo, non si semina e non si produce più. Ma oltre al giusto sostegno per le produzioni agricole sarebbero auspicabili anche decisioni a favore di chi, scegliendo di vivere in territori montani rappresenta di fatto una garanzia per la loro tutela.

Su questi due macro temi abbiamo voluto raccogliere il punto di vista di alcune organizzazione che rappresentano gli agricoltori, abbiamo così ottenuto le risposte di Raffaello Betti (a sinistra), direttore della Coldiretti di Arezzo e quelle di Carlo Bartolini Baldelli, presidente di Confagricoltura di Arezzo.
Riportiamo qui di seguito i loro interventi relativi ai due focus che abbiamo voluto proporre, speriamo che anche questo spazio e queste considerazioni siano utili per promuovere e ampliare un dibattito e necessari interventi che, anche per il Casentino, potrebbero rappresentare importanti occasioni per rilanciare e ampliare le opportunità di sviluppo nel settore agricolo e di tutela ambientale.

1) Lo scoppio della guerra in Ucraina sta facendo emergere le molte dipendenza che ha il nostro Paese anche per quello che riguarda l’approvvigionamento dei prodotti agricoli. Da molto tempo si assiste ad un progressivo abbandono delle terre, a un’espansione dei terreni incolti ricoperti da rovi e vegetazione. Questa emergenza potrebbe essere l’occasione per far tornare centrale il ruolo dell’agricoltura portando ad un importante, e probabilmente necessario, recupero di aree ora non più coltivate e abbandonate? Un intervento di questo tipo potrebbe portare un impulso occupazionale e, scegliendo di puntare su qualità, salute e tutela del territorio, anche ad un rilancio di colture e prodotti legati alle diverse realtà locali con l’obiettivo di fare fronte, in maniera rispettosa dell’ambiente e delle persone, alle necessità alimentari dell’Italia. Credete sia possibile? 

Raffaello Betti: «La causa della dipendenza dall’estero per mais, frumento tenero e duro, soia e girasole, è da ricercare nei bassi compensi riconosciuti agli agricoltori e nella calamità rappresentata dagli ungulati che hanno favorito l’abbandono di molti terreni. Occorre lavorare da subito per accordi di filiera tra imprese agricole ed industriali con precisi obiettivi qualitativi e quantitativi e prezzi equi che non scendano mai sotto i costi di produzione come prevede la nuova legge di contrasto alle pratiche sleali, ma occorre investire per aumentare produzione e le rese dei terreni con bacini di accumulo delle acque piovane per combattere la siccità. Serve contrastare seriamente l’invasione della fauna selvatica che sta costringendo in molte zone interne, come il Casentino, all’abbandono nei terreni e sostenere la ricerca pubblica con l’innovazione tecnologica a supporto delle produzioni, della tutela della biodiversità e come strumento in risposta ai cambiamenti climatici. Per ridurre la nostra dipendenza dall’estero di cibo ed energia è indispensabile dare il giusto valore alle produzioni agricole e accelerare sulla produzione di energia pulita dal sole attraverso l’agrivoltaico sui tetti di stalle, fienili ed annessi agricoli».

Carlo Bartolini Baldelli: «Se c’è la volontà politica di sostenere il settore agricolo con misure concrete e durature è senza dubbio possibile. Prendiamo per esempio il comparto dei cereali, come Confagricoltura alcuni giorni fa abbiamo proprio affrontato questo argomento. Riteniamo che sia cruciale in considerazione delle caratteristiche di questo evento bellico che si annuncia purtroppo duraturo e che, oltre al pesante bilancio di vittime, comporterà contraccolpi per la nostra economia.
Un tempo il territorio aretino era uno dei granai più importanti del Paese, in provincia di Arezzo si coltivano attualmente meno di 5mila ettari a frumento, nel dopoguerra se ne coltivavano 65mila. La produzione di grano nostrano si è contratta, anche se la produttività è tendenzialmente aumentata, ma il tema della non autosufficienza torna in primo piano a fronte della crisi internazionale. Va ricordato come l’Ucraina sia uno dei paesi da cui l’Italia finora ha acquistato un quantitativo significativo di cereali. Il prodotto grano è considerato a tutti gli effetti una ‘commodity’ e pertanto lasciato alla mercé di ogni tipo di speculazione finanziaria. La spinta a non coltivare da parte delle politiche agricole europee è stata forte ed i contributi mai sufficienti a coprire i costi di produzione a fronte dei prezzi irrisori. Le imprese agricole con il tempo hanno abbandonato tale coltivazione poiché non più conveniente e non sufficientemente protetta da una politica agricola che, in questo caso, ha completamente abdicato a favore del mercato finanziario speculativo. Negli ultimi decenni il numero spropositato di ungulati che devastano i raccolti a partire dalla semina in poi è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Per invertire la rotta servono chiari segnali politici».

2) Per invertire lo spopolamento delle montagne e della terra può non essere sufficiente un impulso all’agricoltura. Occorre anche garantire a chi abita nelle zone periferiche la possibilità di accedere facilmente, soprattutto in situazioni di emergenza, ai servizi essenziali (ospedali, scuole, approvvigionamento di beni, comunicazioni….). Quindi è necessaria un’adeguata manutenzione alla rete viaria, anche secondaria, e le reti elettriche e telefoniche devono garantire le forniture anche alle utenze più isolate. Come ottenere questo? Con un maggiore coinvolgimento e supporto ai residenti nelle zone montane? Con un maggiore intervento degli enti locali e statali? Con norme specifiche, come quella sui “custodi della montagna”? Anche se, parlando di norme, abbiamo visto quanti problemi hanno portato i nuovi limiti imposti all’attività di taglio dei boschi….

Raffaello Betti: «In molte situazioni sono proprio gli agricoltori a prendersi cura di strade e linee, ma da soli non possono risolvere tutto. Auspichiamo un maggiore coinvolgimento e supporto ai residenti nelle zone montane da parte di tutti. Servono interventi da parte degli Enti locali, della Regione, dello Stato. Parlando di Casentino, abbiamo invece visto quanti problemi hanno portato i nuovi limiti imposti all’attività di taglio dei boschi».

Carlo Bartolini Baldelli: «Il tema del ripopolamento delle montagne non può prescindere da quello del rilancio dell’agricoltura e dell’economia rurale in generale. La questione è inoltre profondamente intrecciata a quella demografica. Per queste ragioni non è possibile affrontare questo problema da un’ottica prettamente locale, tuttavia la normativa regionale sui “custodi della montagna” è un primo passo interessante. È certo che a tutto questo va affiancata una manovra che preveda investimenti strutturali e una bella dose di lungimiranza nelle politiche di pianificazione territoriale. La tutela dell’ambiente, il rilancio del sistema scolastico e della rete sanitaria territoriale, insieme a quello delle infrastrutture sono le condizioni indispensabili se vogliamo pensare in concreto a far diventare i territori montani appetibili alla popolazione. Le politiche forestali sono altrettanto essenziali per rendere i territori montani luoghi di produzione e quindi di sviluppo economico ed occupazionale. Assistiamo invece negli ultimi anni ad un infoltimento di procedure burocratiche e autorizzative a cui è direttamente collegato un aumento dei costi a carico delle imprese soprattutto in tema forestale. È importante la tutela dei beni comuni e altrettanto importante anche la tracciabilità del legno, ma servirebbe un segnale chiaro di sostegno a quelle imprese che possono creare occupazione nei luoghi montani, perché senza lavoro non c’è possibilità di crescita sociale, civile ed economica. Un primo segnale potrebbe essere dato proprio su questi aspetti, anziché complicare la vita delle imprese, renderla più semplice e sicura».

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