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venerdì, 4 Aprile 2025

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Parliamo di “Slow beton”. Intervista all’ad di Baraclit Luca Bernardini

di Melissa Frulloni – Lo scorso 16 febbraio una notizia di cronaca ha scosso tutti anche qui in Casentino. Dai tg a internet abbiamo subito appreso quello che era successo a Firenze; in un cantiere che avrebbe dovuto portare alla realizzazione di un nuovo supermercato Esselunga, a seguito di un crollo, erano rimasti uccisi cinque operai. Le speranze di ritrovare i dispersi si sono affievolite man mano che i video dell’accaduto venivano pubblicati, mostrando tutta la distruzione di un cantiere in cui gli operai avevano a che fare con misure e pesi veramente importanti.

Dicevamo la loro morte (purtroppo l’ennesima sul lavoro) ha scosso tutti e ha spinto anche noi ad interrogarci sulla dinamica dell’incidente. Le indagini sono in corso e ovviamente il nostro intento non è quello di sostituirci alla magistratura, ma piuttosto di mantenere accesi i riflettori su questa terribile vicenda a più di un mese di distanza dall’accaduto.

Per farlo abbiamo raggiunto un esperto del settore; Luca Bernardini (nella foto sopra) Amministratore Delegato di Baraclit Spa nello stabilimento di Bibbiena.

Luca, secondo lei, come è potuto succedere? «Me lo stanno chiedendo in tanti e soprattutto me lo hanno chiesto nei giorni successivi alla vicenda. È una bella domanda a cui sicuramente la procura saprà dare una risposta; è stata affidata ad un gruppo di esperti ingegneri la redazione di una perizia che stabilirà con precisione che cosa è accaduto. Ma la di là della dinamica, la cosa che deve far riflettere è che si è trattato di un cedimento strutturale che ha coinvolto i pezzi prefabbricati. La “famosa” trave che ormai tutti noi conosciamo e che siamo abituati a veder viaggiare anche sulle nostre strade, non ha retto il solaio di copertura che cedendo ha coinvolto anche i piani sottostanti, ahimè schiacciando le persone che stavano lavorando sotto. Il fatto, come accennavo, ha coinvolto la tecnologia della prefabbricazione; non si tratta di un incidente di cantiere, ma di un problema legato agli elementi costruttivi e viste le altezze e i pesi in gioco, purtroppo la portata della tragedia è stata quella che conosciamo tutti.»

Quindi non crede sia stato un problema di sicurezza? «L’opinione pubblica ha posto l’accento subito su quella; certo è un tema fondamentale legato al mondo del lavoro e soprattutto dell’edilizia, ma non credo sia relativo al caso specifico. Qui il problema ha riguardato la qualità costruttiva, la progettazione e la posa in opera degli elementi, insieme a personale non qualificato impiegato e alle troppe persone presenti in cantiere (sicuramente a causa delle tempistiche legate al termine dei lavori). La prefabbricazione deve garantire un livello di sicurezza massimo perché ogni singolo aspetto della sua realizzazione viene fatto riducendo al minimo i rischi. Non costruire direttamente in cantiere serve proprio a questo: la realizzazione avviene in uno stabilimento industriale off site e quindi lontano dal luogo di edificazione, questo permette di avere un ambiente “protetto” in cui dar vita ai vari pezzi, certificato e con macchinari costantemente manutenuti. Il personale è altamente qualificato, oltre che ovviamente in regola dal punto di vista contrattualistico e di formazione specifica. Per questo è un paradosso parlare di sicurezza quando si parla di prefabbricazione, perché la sicurezza è alla base di questo metodo costruttivo. Qui in Baraclit il nostro slogan è “creiamo solidi valori” e lo abbiamo scelto sia perché trasmette proprio l’idea di solidità che ha in se questo tipo di costruzioni, sia perché il nostro approccio è sempre stato ad una produzione sostenibile, non solo in termini ambientali, ma anche sociali, nel rispetto delle persone che lavorano con noi. Credo che l’incidente abbia messo in cattiva luce l’intero settore che invece negli anni ha dimostrato di saper creare strutture sicure e di qualità.»

Nel cantiere c’erano al lavoro davvero tantissime aziende e ditte, anche piccole. «Lo strumento del subappalto è importante per affidare ad altre aziende parti dell’attività costruttiva, appoggiandosi a chi quel lavoro specifico sa farlo bene e con professionalità. Altra cosa è usare il subappalto per risparmiare, affidandosi magari a ditte più piccole che si appoggiano a persone non formate e non qualificate. Le aziende serie usano questo strumento solo per ricorrere ad attività specialistiche e non certo per risparmiare sui lavoratori. Per noi questo è da sempre un modello di business non sostenibile, con costi sociali altissimi perché spesso va ad impiegare persone più deboli, facilmente ricattabili, sottopagate e che purtroppo accettano di lavorare anche con standard di sicurezza più bassi o inesistenti. Questo è un modello estraneo al nostro modo di pensare ed agire da sempre.»

Hanno giocato un ruolo anche i tempi stretti di realizzazione dell’opera? «A mio avviso sì. Troppo spesso i committenti impongono tempistiche al limite della fattibilità non capendo che per fare bene le cose occorre tempo. È così soprattutto nel mondo della grande distribuzione che vuole aprire nuovi punti vendita e vuole farlo più in fretta possibile. Non rispettare i tempi stabiliti dal cliente può far incorrere l’azienda in penali e per evitare questo succede spesso che si facciano lavorare in cantiere più persone; questo significa sicuramente maggiori rischi e minore sicurezza per i lavoratori. Parliamo sempre di slow food, slow travel, ma sarebbe opportuno anche parlare di slow beton (“cemento lento”) per dare anche al mondo della costruzione e prefabbricazione i tempi che merita.

Personalmente non condivido questa frenesia dettata dalle logiche del mercato; credo sia opportuno rallentare, soprattutto nel mondo dell’edilizia ed accettare il fatto che per fare le cose a regola d’arte ci vuole tempo. Rispettare certe tempistiche significa qualità, ma anche sicurezza. Speriamo che questo fatto terribile faccia riflettere anche su questo aspetto e aiuti a cambiare mentalità. Diamo per scontato che gli edifici in cui viviamo o lavoriamo siano sicuri, ma poi un terremoto o un incidente come quello di Firenze ti fanno capire quanto sia importante dedicare maggiore attenzione al mondo della materia; costruire bene, progettare ancora meglio e smettere di pensare che è “solo cemento”.

Costruiamo ambienti di vita, di lavoro, scuole, ospedali, abbiamo una responsabilità enorme e a volte ce ne dimentichiamo, quindi è il caso di fermarci un attimo e pensare proprio a questo.»

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