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venerdì, 4 Aprile 2025

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Sabato a casa, ma per avere più scuola!

di Sefora Giovannetti – È dalla fine dell’estate che serpeggia una domanda in modo più o meno ufficiale tra i banchi della scuola. La domanda è relativa alla questione energetica, al momento che stiamo vivendo, al fatto di dover impegnarci per ottenere un risparmio energetico. Di fronte a questa esigenza impellente è stata coinvolta la scuola, richiedendole o una settimana corta, quindi con il sabato chiuso, o la ripresa della dad o lezioni non più di sessanta minuti ma di cinquanta. La prima osservazione che emerge è la seguente: ma proprio la scuola doveva essere coinvolta in prima linea?

Ovvio che essa è una realtà che vive all’interno di un sistema e come tale deve ragionevolmente partecipare alle esigenze dello stesso. Ma la questione è perché l’istituto scolastico deve essere coinvolto in primis. Soffermiamoci sulla richiesta che è stata fatta: il fatto di concepire una settimana corta e quindi di chiudere la scuola il sabato, di per sé, non è detto che sia una richiesta negativa, può essere anche una esigenza lecita. Ma il punto è che la scuola non dovrebbe seguire le oscillazioni del mercato o le esigenze economiche dello Stato.

Mi spiego meglio, gli istituti scolastici non dovrebbero essere i primi ad essere interpellati all’interno delle problematiche economiche statali. Non era possibile tagliare eventuali sprechi energetici in altri ambiti, oppure iniziare i tagli in realtà diverse? Senza voler essere eccessivamente polemica, mi viene in mente, per esempio, lo “spreco” causato dagli incontri di calcio organizzati in notturna, oppure la realtà dei centri commerciali, perennemente aperti dal mattino a sera, anche durante il fine settimana, e a volte illuminati durante la notte.

Di esempi se ne potrebbero fare molti altri, ma la questione non è voler puntare il dito contro altre realtà, ma chiedersi perché sacrificare sempre e per prima la scuola. Tornando alla domanda iniziale quindi, è giusto questo tipo di richiesta? La settimana corta dovrebbe essere proposta, qualora lo si ritenga opportuno, all’interno di un piano didattico specifico per quel tipo di scuola e quel tipo di realtà sociale. Insomma il primo sacrificio non dovrebbe certo partire dall’istruzione, per la quale invece dovrebbero essere previsti investimenti che permettano di prolungare i tempi di accoglienza e di concepire tempi pieni che aiutino nello studio e che offrano la possibilità di ampliare e diversificare l’offerta formativa, trovando il modo di dare spazio maggiore ad attività fondamentali come la musica, il teatro, lo sport e altro ancora.

In un progetto di scuola aperta dal lunedì al venerdì, con alcuni, o addirittura tutti i pomeriggi organizzati con attività di sostegno e potenziamenti in ambito didattico e artistico, sarebbe naturale prevedere il sabato libero. Una tale iniziativa potrebbe essere efficace per tutti i gradi di studio, ampliando l’offerta del tempo pieno per le elementari e offrendo nuove opportunità per le secondarie di primo e secondo grado. Questi investimenti aiuterebbero nel quotidiano anche i genitori che devono recarsi a lavoro e che sarebbero sollevati dall’essere sostenuti dall’Istituto scolastico. Quindi l’interesse che dovrebbe essere perseguito è quello delle famiglie e dei ragazzi.

Oltretutto è di poco tempo fa l’intervento della dottoressa Gulino, presidente dell’ordine degli psicologi della Toscana, la quale ha sostenuto che, più che mai in questo periodo, bisogna investire sul benessere psicologico dei ragazzi. La dottoressa, nel suo intervento, ha fatto riferimento al fatto che i giovani sono reduci da due anni difficoltosi che non possono essere dimenticati. Due anni in cui hanno dovuto seguire lezioni da casa attraverso la dad, che hanno dovuto perennemente portare mascherine, che hanno subito un importante distanziamento fisico. Forse non è opportuno ripartire proprio da loro nel chiedere ulteriori sacrifici.

Concludendo, questo articolo non aveva come intento quello di creare allarmismo sulla chiusura delle scuole, ma di riflettere insieme sull’opportunità di alcune decisioni. Sul perché una società ritiene di dover coinvolgere nelle difficoltà in primis la scuola, invece di tutelarla. La speranza è quella che tali proposte rimangano confinate ad un programma didattico, come giustamente deve essere, senza oltrepassare il confine di ambiti diversi e cioè quelli relativi alla economia.

SEFORA GIOVANNETTI Docente scuola secondaria di primo grado Rassina

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