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sabato, 5 Aprile 2025

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Se dopo le Olimpiadi…

di Mauro Meschini – C’è chi le ha seguite con costanza, chi ha dato una sbirciatina quando ne ha avuto l’occasione e chi, ha scelto di vedere solo le finali e le gare che promettevano spettacolo. In ogni caso tutti, più o meno, siamo stati coinvolti dalle due settimane che hanno catalizzato l’attenzione del mondo su Parigi. Al di là dei risultati puramente sportivi, è comunque un periodo particolare quello che raccoglie migliaia di atleti di tutto il mondo in un unico luogo a confrontarsi in tanti sport diversi.

Una di quelle occasioni in cui il genere umano, con tutti i limiti che comunque ci sono, riesce a dare un messaggio positivo… poi, è vero, in quelle settimane due e più guerre sono continuate, sono continuati i conflitti e le dispute tra Stati e tra governi… ma credo sia importante tenerci stretta questa parentesi che aiuta a sperare in un futuro dove sia possibile costruire qualcosa di diverso. Anche piccoli episodi contribuiscono a rendere preziose queste giornate, per esempio il gesto dell’atleta cinese He Bingjiao che, dopo aver vinto la medaglia d’argento nel badminton femminile, è salita sul podio mostrando una spilla della Spagna per la collega Carolina Marin, costretta al ritiro per un infortunio nella semifinale contro di lei.

Un gesto semplice, ma di grande significato, sottolineato anche dalle parole, altrettanto belle e importanti, della stessa Carolina Marin: «Il gesto che ha fatto He Bingjiao sul podio è stato uno dei più belli che abbia mai ricevuto. Le sarò grata per sempre. Lo sport è una scuola di vita». Questo ed altri episodi sono realtà, fatti concreti, dimostrazione di sentimenti e di uno spirito di solidarietà che va oltre lo sport, questo possiamo portare con noi dopo Parigi, come possiamo fare tesoro delle tante medaglie e delle belle prestazioni degli atleti azzurri, che hanno non solo dimostrato quanto siano bravi e preparati in tanti sport considerati minori, o meglio «poveri».

Ma quanto le loro vittorie e il loro essere protagonisti nella competizione olimpica sia il simbolo più vero e concreto di un’Italia che già si presenta con tanti volti, colori e sorrisi che più che le differenze esaltano la ricchezza e l’energia presente nella rappresentativa italiana. Anche per questo, probabilmente, le Olimpiadi 2024 sono state importanti, perché hanno reso esplicita e naturalmente evidente la realtà della società italiana di oggi. Non c’era certo bisogno di attendere qualche premiazione sportiva per arrivare a questa conclusione, ma visto il livello dei commenti e delle affermazioni che, purtroppo, alcuni politici continuano a ripetere come un disco rotto, un’ennesima conferma del fatto che anche l’Italia è diventata un paese arcobaleno era necessaria.

A questo proposito fanno sperare le recenti dichiarazioni che hanno riaperto di fatto la discussione su una nuova legge sulla cittadinanza. In una società che cambia, vedere decine di migliaia di giovani nascere, crescere e studiare in un Paese senza godere, fin da subito, di tutti i diritti propri previsti per tutti gli altri cittadini è assurdo e anacronistico. In un Paese normale pensare che la cittadinanza si possa «trasmettere con il sangue» è impensabile, così come appellarsi ad una ipotetica «italianità» che non esiste o che si concretizza soprattutto nell’insieme di stereotipi e pregiudizi che qualcuno continua a proporre fuori dal tempo e dalla realtà.

Chi nasce in un luogo, chi sceglie di vivere e costruire il proprio futuro in un luogo ha diritto di essere parte attiva, nei diritti e nei doveri, di quella comunità. Da tempo si parla di Ius Soli, poi anche di Ius Scholae o Ius Culturae. Sarebbe davvero arrivato il momento di dare una risposta a chi aspetta di diventare parte a tutti gli effetti del Paese in cui vive. Anche se, come abbiamo detto, nascere, crescere e scegliere di vivere in un Paese, in questo mondo sempre più piccolo, dovrebbe essere sufficiente per diventare cittadini, possiamo capire il legame che si vorrebbe inserire con i percorsi di studio.

Sperando naturalmente che siano percorsi che permettono di far crescere, educare e accompagnare i più giovani e non «la scuola di addestramento» che il Ministro Valditara ha evocato poche settimana fa «per formare lavoratori», secondo una visione, anch’essa raccapricciante, che mette al centro la «patria e l’impresa», visione che fa ricordare il periodo più «nero» e negativo della storia italiana, che infatti andrebbe studiata e non utilizzata per confezionare programmi scolastici degni della formazione dei balilla.

Tornando alle Olimpiadi, anche tanti atleti si trovano a volte in un limbo che non permette loro di gareggiare subito per i colori azzurri a causa dei limiti delle attuali norme sulla cittadinanza. Speriamo davvero che presto per loro e per tutti gli altri giovani italiani, già parte del nostro Paese, ci sia la possibilità di entrare a pieno titolo in «Casa Italia»!

Scuola Società sognando futuri possibili è una rubrica di Sefora Giovannetti e Mauro Meschini

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