di Anselmo Fantoni – Per la mia generazione, quelli degli anni ’60, parlare del ristorante La Buca a Soci significa parlare di mondi oramai scomparsi. Già nel 1936, anno in cui l’allora proprietario Angelo del Buono, chiede la licenza per una locanda a servizio della sua taverna segno che l’attività era esistente, questo luogo di incontro e di ospitalità era conosciuto e rinomato.
Nel 1961 Pietro e Vera rilevano l’attività, ricordo quando da bambino andavo a sfogliare gli elenchi telefonici di tutta Italia, dai tomi enormi di Roma e Milano a quelli più piccoli di Isernia o Imperia, era come conoscere tutti i cittadini attraverso la Treccani dei loro numeri telefonici.
Ma per tutti noi c’era il rito domenicale delle cinque, non eravamo inglesi, non aspettavamo il thè, noi eravamo italiani e alle cinque c’erano le pizze calde della Vera, un momento magico da fast food ante litteram, in coda per accaparrarsi prima degli altri le buonissime pizzette.
Certo, di cose sono cambiate e oggi dopo sessant’anni i locali sono più moderni ed accoglienti, il servizio curatissimo, gli ingredienti di prima qualità. Nei paesi, più che in città, i locali come bar e ristoranti hanno svolto la funzione non solo di servizio alimentare ma anche e soprattutto di unione sociale, così che alcuni di questi erano frequentati da chi aveva idee politiche affini oppure stesse fedi sportive, diventando estensioni delle sezioni dei partiti e club calcistici. Erano nei locali che si facevano i governi e le selezioni della nazionale, tutti erano politologi e commissari tecnici.
Oggi questo è superato, non c’è più, i ritmi sono diversi e l ristorante si va per rilassarsi, per ben mangiare tra familiari ed amici senza poi dover mettere le stoviglie a lavare. Nel 1985 una tappa importante: l’ingresso di Domenico e Miria a fianco di Vera e Pietro, il locale si ammoderna, e l’offerta migliora rimanendo fedele alla propria storia, i piatti sono più ricercati ma i primi rimangono rigorosamente fatti a mano. La gioventù rida slancio al ristorante che si conferma di alta qualità, si perdono le pizze delle cinque, ma anche i bambini oramai hanno altre liturgie da seguire. Da luogo di incontro e socializzazione i locali diventano punti di riferimento turistici, insieme a pievi e castelli i ristoranti e gli alberghi sono parte della storia e della cultura nazionale, avere locali di alta qualità significa essere conosciuti al pari di avere un famoso castello. Negli anni 2000 si affiancano ai titolari anche Francesca e Massimiliano, lei porta quello che mancava in un ristorante serio, la cura dei vini, diventa sommelier Ais e cura la carta delle bevande dando il suo apporto facendo quadrare il cerchio.
Nel tempo non tutto va sempre bene, ovviamente ci sono alti e bassi, alcune figure sono richiamati a percorrere i campi elisi, ma quando si è uniti, quando le finalità sono chiare, i risultati non mancano. Ovviamente i traguardi si raggiungono grazie anche ai collaboratori che nel tempo hanno supportato le idee di una famiglia consacrata all’enogastronomia e la tradizione portata avanti anche grazie all’attuale chef Daniele.
Quando in un paese c’è una storica insegna, siate felici, per mantenerla viva occorrono impegno e passione, fantasia e tradizione, quello che possiamo fare è godere di queste ricchezze alla scoperta del buon bere e del buon cibo.