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sabato, 5 Aprile 2025

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Un Natale senza Albero?

di Marco Roselli – Il 2022 si classifica, nel primo semestre per l’Italia, come l’anno più caldo di sempre con una temperatura addirittura superiore di 0,76 gradi rispetto alla media storica, ma si registrano anche precipitazioni praticamente dimezzate lungo la Penisola con un calo del 45%. L’anomalia climatica più evidente quest’anno si è avuta a giugno che ha fatto registrare una temperatura media superiore di ben +2,88 gradi rispetto alle stesse medie valutate nel 2003. Questo è quanto emerge da elaborazioni Coldiretti su dati Isac Cnr che effettua rilevazioni in Italia dal 1800. Uno stravolgimento che pesa sulle coltivazioni, con una siccità che ha causato già danni per oltre tre miliardi nelle campagne, ma anche sull’ambiente, dagli incendi triplicati allo scioglimento dei ghiacciai. Il caldo impatta anche sulle rese agricole con cali medi del 30% nel 2022 per il mais e per il grano, minacciando di condizionare la produzione anche in futuro. Proprio la resa del grano potrebbe addirittura diminuire a livello mondiale del 7% per ogni grado Celsius di riscaldamento globale, secondo uno studio della Wheat Initiative, un gruppo di enti pubblici e privati impegnati nella ricerca sui cereali.

Come già trattato nelle pagine di CASENTINO2000, ma giova ribadirlo, la tendenza al surriscaldamento è molto evidente in Italia dove la classifica degli anni più caldi negli ultimi due secoli si concentra nell’ultimo decennio e comprende il 2012; il 2015; il 2017; il 2018; il 2019; il 2021 e il 2022.  Il cambiamento climatico è accompagnato da una evidente tendenza alla tropicalizzazione che si manifesta con una più elevata frequenza di eventi violenti, sfasamenti stagionali, precipitazioni brevi ed intense ed il rapido passaggio dal sole al maltempo, con sbalzi termici significativi.

I danni dell’estate 2022 Il ciclo di produzione dell’albero di Natale parte da piantine 2s+2t (due anni di semenzaio e due anni di trapianto, sempre in vivaio). Dal vivaio di propagazione gli abeti (alti circa 25 cm) arrivano nelle aziende agricole della provincia che li rimettono in campo ad una distanza di 80 cm x 80 cm oppure di 100 x 100 cm. Si tratta, pertanto, di investimenti che vanno dalle 10.000 alle 15.000 piante ad ettaro. I trapianti vengono effettuati a fine inverno oppure ad inizio autunno, proprio nel tentativo di far attecchire al meglio le giovani piantine purché non arrivino gelate precoci le quali, in linea di massima, dovrebbero essere scongiurate con le piantagioni di inizio primavera. Nell’annata corrente gli alberi da poco impiantati e quindi ancora alle prese con il superamento della cosiddetta “crisi di trapianto”, si sono trovati a fronteggiare condizioni poco usuali per il Casentino: assenza di piogge e temperature molto alte già a maggio, accompagnate da notevole aridità, anche a causa dello spirare pressoché costante di venti asciutti. L’intensità luminosa e i venti hanno fatto crescere l’evapotraspirazione (evaporazione + traspirazione fogliare) e quindi il rapido consumo di acqua, sia quella costituzionale della pianta che quella presente al suolo.

Il fenomeno dell’evapotraspirazione , che in assenza di precipitazioni per diversi mesi provoca gravi siccità e incendi ha anche conseguenze dirette sulle piante le quali – a seconda della loro fisiologia ed età – cercano di opporsi con i vari strumenti. Quello più importante è rappresentato dalla chiusura degli stomi (microscopiche saracinesche poste nella pagina inferiore delle foglie, deputate a regolare gli scambi gassosi) per impedire la disidratazione. Nelle piante piccole questa “resistenza” è limitata perché la radiazione solare, alla fine, porta al disseccamento semplicemente per evaporazione dai tessuti e per mancanza di acqua nel suolo (comunque il capillizio radicale qualcosa deve trovare per restare idratato). Le piante adulte, indicativamente gli alberi oltre i venti anni di età, avendo un apparato radicale più espanso, riescono a esplorare orizzonti di suolo via via più profondi e quindi resistono più a lungo; eppure anche le piante grandi muoiono, basta osservare la fascia altimetrica delle querce per rendersene conto. Tuttavia, nel caso degli abeti ornamentali che raggiungono il quarto, quinto anno di coltivazione, pur essendo più strutturati, non lo sono abbastanza da sopportare mesi e mesi di calore anomalo e assenza di piogge.

Il punto di non ritorno Il punto di non ritorno è quel momento fisiologico del vegetale nel quale i meccanismi difensivi si bloccano e la pianta non riesce più a compensare le perdite per evaporazione. Il risultato è un progressivo disseccamento che inizia con ingiallimenti che somigliano a carenze nutrizionali ma che, alla fine, portano la pianta a deperire, nonostante l’eventuale ripristino delle giuste condizioni di umidità. In altre parole la pianta muore comunque, anche se gli viene fornita acqua. E’ quello che sta accadendo anche adesso che scrivo questo articolo. Uscendo per un attimo dalla produzione vivaistica non è possibile non notare lo stress patito anche dai grandi alberi che nelle associazioni boschive si evidenzia con ampie macchie giallo arancio, indice dell’ennesimo anno di accorciamento della stagione vegetativa. E non si sono potuti non notare i crolli improvvisi di alberi di ogni specie. Le rovinose cadute sono causate della riduzione dei depositi di amido nelle strutture di riserva (intere zone dell’apparato radicale prive di risorse) e da burrasche improvvise e violente, tanto che le piante non sono riuscite a sopportare la pressione dei venti. Quando questi fatti accadono – arrecando danni a cose o a persone – si leggono titoli che parlano di “alberi killer”. Ma gli alberi killer non esistono; esistono piuttosto i cambiamenti climatici e le difficoltà per un sistema vegetale di adattarsi, oltre a precise responsabilità umane, quali la sottovalutazione della stabilità degli alberi e le errate gestioni, come la capitozzatura. Tutto ciò costituisce a creare una miscela potenzialmente letale in molti contesti urbani.

A quanto ammontano i danni (al 17/08/2022) Nel territorio si coltivano circa 100 ettari nei quali si ritrovano piante che vanno da 1 a 5-6 anni di età, momento nel quale l’albero è pronto per essere commercializzato. Chiaramente gli imprenditori agricoli debbono ripiantare ogni anno la quota numerica in grado di mantenere i mercati e soddisfare la richiesta. Considerando che le piante da 1 a 2 anni sono state azzerate dalla siccità, abbiamo una perdita secca su almeno venti ettari (ma resta da capire se le piante più grandi vivranno, oppure, come nel 2003, periranno a distanza di tempo). Parliamo di circa 200.000 piantine di un anno e altrettante di due, per un danno pari a circa un milione di euro tra costo di acquisto, trasporti e cure colturali. A questa cifra si dovrà aggiungere quella necessaria per il ripristino delle superfici (lavorazioni, concimazioni, manodopera) e quella assai più importante dovuta alle perdite che patiranno le imprese tra 4-5 anni, quando quelle piante mancheranno sul mercato. Allora sarà pacifico che i distributori si rivolgeranno altrove, oppure i consumatori ricorreranno agli alberi di plastica i quali tutto sono fuorché ecologici, come più volte dimostrato da vari studi a livello internazionale.

Cosa si può fare Sempre secondo le rilevazioni, nonostante la siccità di questi lustri, si evince che l’Italia resta un paese piovoso, con circa 300 miliardi di metri cubi d’acqua che cadono annualmente (Isac – Cnr). Purtroppo, per le ben note carenze infrastrutturali, di quei miliardi se ne trattengono solo l’11%. Ci vorrebbero dei micro invasi collinari e montani in grado di trattenere l’acqua che arriva in in autunno per poi riutilizzarla in estate. Acqua che andrebbe a sostenere non solo le produzioni agricole ma anche i piccoli e medi torrenti, consentendo di far sopravvivere anche la fauna ittica. I progetti ci sono fin dagli anni ottanta, ma forse all’epoca si pensava che fossero opere superflue. Le vicende attuali, invece, ci mostrano quanto avrebbero potuto essere utili in estati nefaste come quella che sta finendo.

Scrivendo questo articolo sotto il sole di agosto e senza nessuna velleità, mi viene da pensare, così, “a occhio e croce”, che si potrebbero realizzare almeno quattro canalizzazioni: una verso Pratovecchio – Stia; una a Poppi; una a Bibbiena e una oltre Rassina. Ognuna di queste potrebbe partire da una briglia e grazie alla pendenza confluire in un bacino di raccolta posto a quota collinare. Una volta riempito, tramite una saracinesca si potrebbe usare l’acqua per i bisogni sopra indicati. Piccole opere che potrebbero nascere anche in altri contesti posti a maggior quota, nelle località dove si coltivano gli alberi di Natale.

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