di Gemma Bui – Mi sono recata a Rassina, a casa della signora Maria Rossi, nipote di Angiolo Brezzi, bibbienese deportato nel 1944 e mai più tornato dalla Germania. Il suo volto è raffigurato in una fotografia che la signora Maria tiene in cucina, sopra una radio rossa risalente agli anni ’70. Maria conserva centinaia di documenti, fogli, fotografie ben custoditi in una grande borsa da ufficio, che porta sempre con sé durante le sue instancabili ricerche. Quando arrivo ha già preparato tutto il necessario per illustrarmi la storia di suo zio e iniziamo subito a parlare.
Ci racconti la storia di Angiolo. «Mio zio Angiolo Brezzi, nato a Bibbiena il 2 Maggio 1911, venne deportato durante la Seconda Guerra Mondiale. Fratello di mia madre, padre di cinque figlie piccolissime, abitava a Talla – Loc. Santo Bagnena n. 11. Faceva il mezzadro in una casa colonica, dove lavorava per il proprietario, che abitava a Pontenano. Mi è stato raccontato che Angiolo, all’età di soli 33 anni, è stato preso a Talla il 5 Agosto del 1944, e poi portato al Castello di Salutio, rapito con i rastrellamenti delle SS, in collaborazione coi fascisti italiani di Rassina, in attesa di essere deportato in Germania insieme ad altri sette tallesi di cui oggi sono a conoscenza. Non so quanti altri ce ne furono, so solo che li deportavano tutti, dai 17 anni ai 55. Mio padre si era anche recato a Salutio, con tutte le difficoltà del caso, per tentare di riportare Angiolo a casa, ma senza riuscirvi. Da Salutio sono partiti, hanno fatto Stia – Le Casermette – Passo della Calla – Forlì. Lì c’è stata una cernita, e gli hanno fatto firmare un contratto di “lavoro volontario”. Dopodiché, Verona, poi il Brennero e la Germania, fino a Kahla, dove sono stati impiegati come operai in una fabbrica di aerei “ME262”, una delle armi segrete di Hitler.
Ricordo gli infiniti viaggi di mia madre a Talla, dove andava in cerca di notizie sul fratello. Una volta, avrò avuto tre anni, ci recammo presso il calzolaio che stava nell’angolo della piazza, ma dovemmo poi ripartire senza aver saputo nulla, e lei piangeva, piangeva sempre. In quel periodo lei e il babbo andavano spesso anche a Firenze; solo anni dopo ho capito che probabilmente cercavano aiuto per la situazione di mia madre. Mio babbo ogni tanto ci raccontava qualcosa: che era andato a Livorno a prendere lo zio, poiché erano entrambi militari. Durante la ricerca sono andata a Firenze, all’Archivio di Stato, e ho richiesto il tragitto di mio babbo, mio zio e mio nonno; venne fuori che mio zio aveva fatto sì il militare a Livorno, ma anni prima, non nel 1944; nel 1940 era già stato rimandato a casa. Telefonai poi anche all’ANPI a Livorno, mi dissero che era impossibile che fossero partiti da lì, perché in quel periodo la stazione era già stata bombardata, e i treni non arrivavano e non partivano. Mio padre quindi non ci aveva detto tutto.
Nonostante il difficile momento, a Salutio mio zio aveva trovato la forza di mandare un ultimo saluto a mia madre, consegnando a mio padre una fotocartolina con su scritto “Cara sorella, riceverai la mia memoria. Per sempre ti ricorderai di me, tuo fratello Brezzi Angiolo”. Con lucida coscienza stava dicendo addio a sua sorella. Io e i miei fratelli abbiamo trovato la cartolina solamente nel 2001, alla morte di nostro padre. Abbiamo dedotto che l’avesse tenuta nascosta a nostra madre, al fine di proteggerla. Mia madre è morta nel 1974, senza sapere nulla, pochi minuti dopo il giorno del mio compleanno: io presi malissimo quell’appuntamento col male. Per anni mi sono domandata perché fosse successo proprio in quel giorno. Ci ho pensato molto; forse voleva dirmi “fai tu ciò che non ho potuto fare io per mio fratello”.
A Talla, nei primi mesi del 1945, sono tornati in sei: due calzolai, un barbiere e due contadini, più un’altra persona. Mio zio non c’era. Pur tentando, non sono riuscita a rintracciare nessuno: i superstiti sono tutti morti, i familiari sono sparsi sul territorio e non è detto che sappiano o che vogliano parlare di questa storia.»
Come è iniziata la sua ricerca? «Nel 1996, in seguito al “disgelo” tra i Governi di Germania e Italia, lo Stato Italiano tramite i Carabinieri di Poppi ci ha recapitato uno scarno documento, che recitava: “Brezzi Angiolo è caduto. Trovandosi in fossa comune, non è possibile il rimpatrio”. Sono stati necessari 50 anni affinché venissimo informati. In quella circostanza, ho chiesto una copia del documento a mio padre e l’ho portata a casa. Nell’Ottobre 2019 ho poi preso in mano la situazione, era il momento giusto per muoversi. Partendo da quel documento ho chiamato il Ministero della Difesa, senza ricevere però risposta. Dopo alcuni giorni mi è arrivata una telefonata dal Colonnello Bertacco, che si è complimentato con me per il mio interesse alla cosa e mi ha incoraggiato a proseguire. Ho contattato i Carabinieri e il Comune di Talla; a Bibbiena mi sono fatta produrre tutti i certificati di nascita, morte e matrimonio dei miei familiari.
Ho messo insieme le carte e sono tornata a Talla; ma all’anagrafe e in Comune inizialmente non ho ottenuto granché. Un consigliere – che era stato anche nell’ANPI – ha poi approfondito la cosa. Dopo 10 mesi l’anagrafe mi ha chiamato, dicendomi di aver trovato tutto. Hanno tirato fuori un librone e dopo una lunga ricerca hanno individuato il nome di mio zio. Avevo già dei documenti, anche del Comune di Talla, uno Stato di famiglia in cui si attestava la morte di mio zio nel mese di febbraio 1945. Anche l’anagrafe di Bibbiena ha successivamente trovato un documento che affermava la morte di Angiolo. La ricerca è durata in totale 2 anni, 2 anni e mezzo.»
Lei ha ricevuto aiuto anche da fuori il Casentino, dall’Italia e addirittura dalla Germania, e questa collaborazione ha portato anche Angiolo a ottenere degli importanti riconoscimenti… «Ho contattato l’Associazione “Schiavi di Hitler” di Cernobbio, dove ho trovato persone sensibili e preparate, per sapere se mio zio figurava nel loro elenco, e loro hanno confermato. Queste persone conoscevano una signora, il cui suocero era stato deportato nello stesso luogo di mio zio, e ancora oggi si trova nella sua stessa fossa comune; dopo qualche tempo lei mi ha girato il contatto di un’altra signora, che ho conosciuto il 25 Aprile 2022 per il gemellaggio Kahla – Castelnuovo dei Monti (Reggio Emilia). Questa mi ha poi dato un contatto in Germania, grazie al quale ho potuto commissionare una lapide intitolata ad Angiolo, posta a Kahla. C’è stata anche una cerimonia per lo scoprimento della lapide, alla quale non ho potuto presenziare, delegando altri per leggere i ringraziamenti che avevo scritto. Grazie all’aiuto dell’Associazione ho potuto anche fare domanda allo Stato Italiano per ottenere la Medaglia all’Onor Caduti, riconoscimento importantissimo del Presidente della Repubblica, che lo Zio ha ricevuto il 16 Luglio 2021, vedendosi così restituita, almeno per un giorno, la giusta dignità. Quando ho ricevuto la Medaglia ho portato la fotografia sulla tomba di mia madre, al Cimitero di Soci, affinché ora lei e lo zio possano riposare in pace.
Il 4 Novembre 2021, poi, il Sindaco, l’Amministrazione e le Forze dell’Ordine di Castel Focognano hanno offerto una lapide intitolata allo zio, posta presso la Cappella di Salutio (dove Angiolo aveva abitato, e dove erano nate due delle sue figlie), insieme a quella dei tanti altri caduti nelle due Guerre Mondiali. Per questo, ancora oggi li ringrazio. Adesso stiamo pensando di mettere una pietra d’inciampo anche a Santo Bagnena.»
Lei, ad oggi, è soddisfatta di ciò che è riuscita a fare? «Assolutamente sì, non avrei mai pensato di poter arrivare fino in Germania. Ho scritto anche alla Croce Rossa Internazionale, che ha sede in Germania, la quale mi ha inviato tutti i certificati di mio zio. Abbiamo anche saputo che è possibile richiedere indennizzi di guerra. Credo che sarebbe stato meglio instaurare una causa penale per punire i colpevoli, magari con 1 euro simbolico da dare a tutti. La giustizia ha un bel prezzo, aldilà dei soldi che corrono. Le due lapidi a Kahla e a Salutio e la Medaglia sono comunque dei grandissimi traguardi. Con il Comune di Poppi stiamo pensando di organizzare prossimamente anche una mostra sul tema. Guardando ad oggi, credo che non abbiamo imparato molto dagli errori del passato. C’è ancora tanto da fare, tocca a noi e soprattutto alle nuove generazioni, per non dimenticare mai cosa hanno significato l’Olocausto e la deportazione.»
Fotografie per gentile concessione di Maria Rossi